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insieme contro le discriminazioni: premio giornalistico europeo

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Il Premio giornalistico europeo Journalist Award 2010 intende riconoscere il lavoro dei giornalisti che contribuiscono a diffondere nell’opinione pubblica una migliore comprensione dei valori e dei vantaggi della diversità e della lotta contro la discriminazione in Europa.
I giornalisti web e della carta stampata sono invitati a presentare articoli inerenti alle problematiche della diversità e delle discriminazioni basate su razza, origine etnica, religione, convinzioni personali, età, handicap e orientamento sessuale.

Sono invitati a partecipare i giornalisti web e della carta stampata dei 27 Stati membri dell’Unione Europea.
Gli articoli devono essere pubblicati su testate giornalistiche web o della carta stampata nel periodo compreso tra il 1° settembre 2009 e il 17 settembre 2010.

per saperne di più: http://www.2010againstpoverty.eu/journalistaward/index/?langid=it

Quarto Seminario Nazionale di Educazione Interculturale – 3-5 settembre, Senigallia

manifesto
CVM in collaborazione con l’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica (ANSAS – ex IRRE Marche), le Ong ASAL, ICIEI, CELIM Milano, PRODOCS, Fratelli dell’Uomo, UCODEP, AIFO, CESTAS, CISV e con il sostegno della Regione Marche organizza il Quarto Seminario Nazionale di Educazione Interculturale, che si terrà il 3 – 4 – 5 Settembre 2010 a Senigallia, presso la Rotonda a Mare con il seguente programma.

La mattinata del 3 Settembre, interverranno il prof. Antonio Brusa, docente di Storia all’Università di Bari, con un incipit su “La ricerca scientifica per una rinascita culturale”. Margherita Hack (“La scienza e l’etica per una coscienza cosmica”), Franco Favilli (“Matematica o matematiche? Riflessioni e proposte per una didattica interculturale della matematica”) e Rongbao Tu (“La matematica nel tempo e nello spazio: la Cina”).

Il mattino del 4 Settembre, il Prof. Aluisi Tosolini, Pedagogista, esperto di educazione interculturale, introdurrà la sessione su “L’insegnamento umanistico-scientifico in prospettiva interculturale: esperienze a confronto”. Dopo di lui, i prof. Elena Camino (“Le Scienze nella costruzione di dinamiche relazionali tra sistemi”), Antonio Brusa (“L’uso delle immagini nell’insegnamento delle materie umanistico-scientifiche. Aspetti didattici interculturali”) ed Armando Gnisci (”Un curriculum di letteratura mondiale”). Nei pomeriggi del 3 e del 4 settembre, presso la scuola elementare Pascoli, si svolgerà inoltre la sessione “La scuola e le reti sociali per l’Intercultura”, con laboratori gestiti da educatori delle Ong e da associazioni professionali scientificamente qualificate.

La mattinata conclusiva del 5 Settembre, i docenti coinvolti nella Ricerca–Azione per la revisione dei curricoli in chiave interculturale, illustreranno i percorsi didattici realizzati nelle scuole con il sostegno di CVM, ANSAS e Docenti Universitari, presentando le Unità di lavoro di scienze, matematica, italiano e geografia effettivamente realizzate. Chiuderà il Seminario Aluisi Tosolini con la questione aperta:“Quale educazione per un nuovo umanesimo?”.

Migrandola

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Sfida per l’integrazione: inclusione finanziaria degli immigrati

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clicca qui per saperne di più.

Scritture migranti

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IL SIGNIFICATO DELL’INTERCULTURA

Laura Tussi
di Laura Tussi
www.youtube.com/lauratussi

Lo straniero rappresenta la diversità, l’alterità, l’altrove, dando vita a nuovi immaginari che sobillano le comunità locali, con il rischio di innescare ancora guerre, violenze e pogrom discriminatori. Gli episodi di crescente intolleranza e sfruttamento del lavoro degli immigrati, le umiliazioni dei giovani che giorno per giorno devono dimostrare di essere degni del paese in cui sono giunti i loro padri, chiedono il coraggio della parola che sappia condannare le ingiustizie e le discriminazioni, lenire il silenzio degli oppressi, condannando la tracotanza degli oppressori, per cui sono necessari programmi politici finalizzati al dialogo tra culture in cerca di soluzione ai problemi di sicurezza fisica dei migranti, di spazi di libertà, di opportunità lavorative, dove il concetto di intercultura assume molteplici accezioni. Intercultura significa tradurre se stessi nell’altro, trasponendo i propri vissuti, i dubbi, i timori, le paure, le angosce e anche le idee che progettiamo insieme e condividiamo nelle comunità di appartenenza e di accoglienza, nei luoghi aperti del sociale, nella partecipazione attiva, nell’ambito del territorio ospitante.Lo straniero, il diverso, lo sconosciuto vivono ciascuno in ognuno di noi e le politiche interculturali che possiamo condurre anche a partire da noi stessi devono investire tutti gli aspetti del fare conoscenza e memoria e del ricordare il passato, la storia, il susseguirsi di ibridazioni, contaminazioni e commistioni che hanno coinvolto il continente europeo e il Mediterraneo nel passato storico di ogni tempo. Intercultura significa attenzione per il diverso inteso come l’altro da noi, il più debole, il più umile, lo sconosciuto e colui che non si vuol far conoscere. Il passato della memoria storica ricorda la Shoah, genocidio perpetrato da un sistema dittatoriale acerrimo, nella volontà assolutizzante di annientamento in massa di civili inermi e militari facendo leva su motivazioni politiche, religiose, pretesti di superiorità razziale, omologando nella distruzione totale le implicite diversità di ognuno. Attualmente sono oggetto di discriminazione i Rom, i Sinti e tutti coloro che provengono da territori lontani dal nostro, da luoghi dell’altrove indecifrabili e irriconoscibili dalla nostra cultura autoreferenziale e arroccata sulle proprie egocentricità, eccentricità egoiche, in un individualismo esacerbato da fittizi proclami, spietato e imposto dai mezzi di comunicazione di massa reverenziali al sistema occidentale. Intercultura significa condividere con l’altro la propria interiorità, la passione, la sofferenza, il dolore di essere giudicati diversi, divergenti, opposti al categorico, alla norma, al tabù, al divieto, dove l’altro divenga invece fonte di confronto aperto, interscambio e dialogo interiore e collettivo, da ripartecipare nella comunità intera, aperta al cambiamento, all’innovazione e al progresso. La società, dove il ricordo e il fare memoria del passato divengono occasioni di incontro comunitario, di condivisione, di partecipazione ad un momento entusiastico e festivo della sperimentazione di un gruppo, di una collettività, di una comunità che si apra all’altro e all’altrove, può riconoscere se stessa nel rapporto con la diversità, da cui apprendere i valori autentici dell’esistenza e il portato culturale di commistioni di popoli lontani. Intercultura significa rievocare il vissuto, il tempo perduto dell’interiorità e trasporlo nel presente, nella quotidianità di un percorso festivo e comunitario che apra all’incontro, al confronto dialogico, alla tutela delle differenze, ai diritti basilari dell’uomo, alle parità tra i sessi, al continuo dialogo tra le generazioni di giovani, anziani, adulti e bambini, dell’umanità. Intercultura è fare memoria di se stessi in implicite autobiografie esistenziali. Fare memoria del passato, della storia, delle ingiustizie subite e perpetrate, mantenendo sempre costante il rapporto con la propria identità e individualità, ma senza scadere nel conformismo e nel solipsismo egoico, al contrario riassumendo in sè le istanze di un sapere eclettico, aperto alla cultura delle differenze, nella valorizzazione per l’alterità e la diversità di cui ognuno è portatore, dove l’interazione assuma consistenza in una costante di affiliazioni, confidenze e confessioni che aiutino la propria identità ad autodeterminarsi e anche ad essere accolta in ignare e inconsapevoli fragilità, incongruenze e inconsistenze dell’altrui persona, che può invece rivelarsi un saldo approdo nello smarrimento dell’oggi, dove tutto appare effimero ed evanescente, in un andirivieni di messaggi vacui e immagini stereotipate. La protesta contro l’alienazione delle identità si propaga dalle diversità come entità interagenti nel contesto sociale e comunitario. Il diverso cerca aiuto e comprensione, nella compassione, intesa come compartecipazione al dolore e ai problemi altrui, che agevola l’incontro, l’accoglienza, l’ospitalità, nel manifestarsi intimo di un pensiero, di un ricordo di altri luoghi, altri tempi, altri altrove, nel qui ed ora della narrazione che ci scopre narrati da persone, oggetti, cose del presente, del passato, dove l’apertura al diverso viene vissuta come ideale meta di pensieri, in un susseguirsi di memorie, racconti, idee che esplorano l’inesplorato di spazi, mondi, luoghi lontani dal tutto onnicomprensivo dell’attualità fagocitante di sensazioni e manipolazioni iconiche, che riconducono nel baratro dell’effimero. L’iconoclastia interculturale è l’abolizione del superfluo per riscoprirsi intimi e confidenti fragili, esigenti di considerazione nella comunicazione di quotidiani ignoti e inesplorati di paure, angosce, inquietudini, così esacerbate e dure a morire in remoti passatempi dell’anima, nei pensieri riflessivi dell’apolide nomade che è in ognuno di noi, in cui la proliferazione delle interrelazioni porta alla scoperta di molteplici sè, di pluralità dell’ego, in evoluzioni persuasive dell’affettività che si scandiscono con l’avvicendarsi dei giorni, di attimi, istanti, momenti di molteplici narrazioni per se stessi, con gli altri.

La stagione dei festival

logo festival dell'economia di TrentoL’inizio dei primi caldi, da un pò d’anni a questa parte, coincide con l’avvio dei Festival della cultura, che poi ci allieteranno per il resto dell’estate.

Quando dico cultura intendo la cultura con la C maiuscola; quella chiamata a misurarsi con i massimi sistemi; quella che affronta tutto lo scibile che perlopiù, a noi popolo mediamente alfabetizzato, ci risulta ostico e
indigesto.

Eppure questi genere di festival godono di un audience di tutto rispetto.
Fiumane di gente affollano auditorium, fiere, piazze ed altre e svariate locations, dove fior fiori di intelletuali sono chiamati a discettare di filosofia, arte, matematica, astronomia, economia, immigrazione, sociologia, antropologia…, facendo sempre il tutto esaurito.
E ormai gli esperti, i professori, i luminari, gli scrittori di maggior fama, possono contare su questa specie di seconda carriera che è presenziare ai vari eventi organizzati un pò ovunque in giro l’Itlia: non solo nelle città con plurisecolare background accademico quali possono essere Padova o Bologna, ma anche il borgo più sperduto, senza alcun timore reverenziale per cotanti lignaggi, non si fa cruccio alcuno ad osare anch’esso il suo bravo festival.

Che sta succedendo? Stiamo diventando tutti dei gran cervelloni? Dove finisce la cultura d’élite, e dove comincia la cultura di massa?
Rispondere a queste domande non è semplice. Ogni tentativo serio di risposta non può che sfocciare nell’ambito della saggistica impegnata e interdisciplinare, per cui serenamente demando ad altri ,e più titolati, tale
compito, magari da affrontare proprio, perchè no? in un apposito festival.

Ma pur senza alcuna pretesa di esaurire il tema qualche idea me la son fatta sul perchè del successo dei festival della cultura.
Potrebbe essere ad esempio che reduci da stagioni televisive a base di isole dei famosi, di grandi fratelli, di porte a porte, noi si senta come il bisogno di sgranchirci la mente.

Oppure potrebbe essere che lo stimolo culturale che ci porta a desiderare di guardare in faccia il nostro autore di culto, altro non sia che il risultato dell’efficace marketing dell’industria dell’infoteintment. Così insomma come migliaia di fan per nulla al mondo si lascerebbero sfuggire un concerto di Lady Gaga, così schiere di seri giovanotti e di signori e signore distinti gremiscono la sala dove il vip Bauman tiene la sua ennesima lezione sulla società liquida.

Un altro motivo del successo dei Festival della cultura potrebbe essere l’assuefazione e la sfiducia nei confronti dei vecchi e nuovi media. Nei festival, infatti, abbiamo a che fare direttamente con il vate della nostra materia preferita. Con i festival, infine, ci si libera della comunicazione filtrata dalla tecnologia e si ritorna all’agorà: social network, con buona pace di facebook, dove per comunicare non servono nè monitor nè tastiere. Quasi quasi mi ci iscrivo.
( pubblicato su Vivere Italia)

Senigallia Cricket Academy.

SelimProvengono dal Pakistan, dallo Sri Lanka, dal Bangladesh; sono in tutto una quarantina, sono giovani ed hanno una passione in comune: il cricket.

Mahmud Selim Siam mi spiega che è uno sport simile al baseball. Io annuisco ma delle regole del gioco non è che me ne importa granché. Sono interessato, piuttosto, all’aspetto socio antropologico della faccenda; a come le passioni, incuranti delle vicende storiche e dei confini geopolitici, viaggino nello spazio e nel tempo, e a come, nel caso specifico, quella del cricket partendo dall’Inghilterra, passando dal Bangladesh, dall’India e dal Pakistan sia giunta fino Villa Torlonia.

Uno dei tanti effetti collaterali dell’immigrazione, si direbbe.

Quanto a Selim lui milita nella serie B di una società di Ancona: “Ancona Cricket Club”. Però è stanco di dover recarsi ogni volta da Senigallia ad Ancona per gli allenamenti e le partite. Pensa di fondare a Senigallia, entro breve tempo, la “Senigallia Cricket Academy”.

Beata gioventù, penso io, e continuo con le mie fisime da socio-etno-antropologo in libera uscita…
Il fatto è che uno un po’ antropologo lo diventa suo malgrado a girare per Senigallia: fra internet point, macellerie Hallal, Kebab e i giardinieri che sembrano diventati tutti nigeriani, uno qualche curiosità su tutta questa diversità culturale e identitaria finisce per averla.

Fra l’altro Selman è anche il gestore di un internet point a due passi da Via Carducci, ex quartiere ghetto, ora in via di riqualificazione e, a quanto pare, immenso serbatoio di giocatori di cricket.

Quando la Storia si fa al Bar Sport Islamofobo.

Quando la Storia si fa al Bar Sport Islamofobo.
Da Ritvan Shehi

Premessa
Su un blog senigalliese ( http://scaloni.it/popinga/la-malattia-dell%e2%80%99islam/#more-2554 ) un certo Paolo Mantellini polemizza con le tesi sostenute nel libro di Abdelwahab Meddeb “La malattia dell’Islam”( Bollati Boringhieri, 2003).
Dopo aver definito il suddetto libro “libretto” Mantellini ci informa che “Abdelwahab Meddeb è di origine tunisina, ma si è formato in Francia, dove ha studiato e dove risiede. E’ Professore di Letteratura Comparata all’Università di Parigi X, dirige la rivista “Dédale”, è poeta e romanziere, oltre ad occuparsi di trasmissioni televisive e radiofoniche sulla cultura islamica.”. Per par condicio, va detto che Paolo Mantellini è un medico italiano in pensione e non mi risultano suoi contributi di livello accademico o radiotelevisivo sulla cultura islamica o sulla cultura in generale. Anch’io sono un dilettante in fatto di culture, civiltà e relativa Storia, pertanto da dilettante a dilettante mi permetto di fare qui qualche breve appunto a una delle più sbalorditive “scoperte” storiche degli ultimi tempi contenuta nel suddetto pamphlet mantelliniano (dico “qui” e non – come sarebbe stato preferibile – nello spazio riservato ai commenti del suddetto blog, poiché i gestori di quel blog non me lo consentono).

La “scoperta storica”(??!!) del secolo
Scrive fra l’altro Mantellini (grassetto mio-ndr.):
Meddeb ci racconta ancora che la civiltà islamica era molto superiore ed avanzata rispetto a quella Europea, anzi quella Europea ha attinto a piene mani alle ricchezze scientifiche e culturali dell’islàm, riuscendo così a recuperare il tempo perduto, fino a quando una serie di rovesci militari e sociali (crociate, invasione mongola, pagina 71) ed evenienze fortuite (il passaggio dei monopoli di oro, ferro e legno dall’Oriente in Europa) “precipitano il transfert monetario dall’islàm all’Europa. Così l’islàm perde il controllo del commercio internazionale, che non ritroverà mai più” (pagina 72). Si aggiunga la scoperta dell’America e l’apertura di nuove vie commerciali e si spiega il declino dell’islàm che però nel XIX secolo tenta eroicamente di reagire e recuperare il gap tecnologico-culturale che lo separava dal mondo occidentale. Purtroppo questi tentativi furono una serie di clamorosi fiaschi. Perché? Ovviamente furono causati dagli ostacoli posti dagli Europei alla rinascita islamica! Non ci credete? Ecco la prova: la rinascita Giapponese dell’era Meiji, iniziata nel 1868 ebbe successo perché il Giappone era lontano e i cattivi Europei non se ne erano accorti! Ma nel Mediterraneo, gli eroici sforzi dell’islàm, erano destinati a fallire per la chiara e interessata ostilità delle potenze coloniali Europee. A nessuno viene in mente che la vera differenza tra Impero Giapponese e Impero Ottomano era l’islàm?”
Alcune domande
A questo punto, la domanda finale di Mantellini fa nascere una serie di altre domande:
1. In base a quale criterio lui definisce “vera” solo la differenza religiosa fra Impero Giapponese e Impero Ottomano? Oppure questa è una “Verità Rivelata” solo a lui?
2. Prendendo come modello il suddetto strabiliante criterio mantelliniano, possiamo allegramente concludere che la mancata analoga rinascita dell’Impero cinese fosse dovuta al fatto che i cinesi, accanto al buddismo (come i giapponesi) praticavano confucianesimo e taoismo, invece dello shintoismo giapponese?
3. Sempre in ossequiosa osservanza del suddetto principio, la decadenza spagnola nello stesso periodo va forse imputata al cattolicesimo, ovvero che se gli spagnoli fossero stati buddisti&shintoisti la Spagna sarebbe ridiventata nel 19° secolo la grande potenza che fu nei secoli precedenti?
4. Il fatto che a nessuno storico serio del mondo sia venuta in mente la suddetta “differenza mantelliniana” per spiegare le differenti sorti di Giappone e Impero Ottomano nel 19° secolo , non dovrebbe forse far riflettere il nostro medico incautamente prestatosi alla storia sulla non remota possibilità – ovviamente escludendo a priori l’ipotesi che tutti gli storici seri del mondo siano degli imbecilli o al soldo del mullah Omar – che la sua non sia quella Geniale Idea destinata a revisionare parte della Storia Umana, bensì una castroneria islamofoba, degna tutto al più di figurare nelle pagine de “La Padania”?

Come stanno veramente le cose
Ovviamente Meddeb non ha scoperto nulla di nuovo, semmai ha solo enfatizzato un po’ quello che si sa da sempre. La storiografia OCCIDENTALE – quella seria, non quella fatta da dilettanti del Bar Sport col pallino dell’islamofobia – ha sempre considerato – in base a fatti, documenti e altri strumenti propri della scienza storiografica e non a fantasmagoriche ubbie – l’ingerenza delle grandi potenze europee una delle cause principali – anche se non l’unica – del mancato successo delle riforme modernizzatici intraprese dall’Impero Ottomano nel 19° secolo. Solo un paio di esempi:
“…dopo il 1800…il corso degli eventi nel Medio Oriente è stato profondamente influenzato, e in tempi di crisi dominato da interessi, ambizioni e azioni delle Grandi Potenze europee.“ (Bernard Lewis “The Middle East: A Brief History of the Last 2,000 Years” -1996).
“L’ultimo secolo di esistenza dell’impero ottomano fu anzitutto caratterizzato da uno stile nuovo di riforma, distruggendo vecchie istituzioni e sostituendole con nuove a volte importate dall’Occidente, ponendo fine alle antiche autonomie della struttura tradizionale ottomana e rimpiazzandole con un governo e una burocrazia fortemente centralizzati, molto più autocratici di qualsiasi altra cosa fosse scaturita dai grandi sultani del passato. Nello stesso tempo, però, l’impero divenne vittima dell’imperialismo delle grandi potenze occidentali e del nazionalismo dei popoli suoi sudditi…”(Da “La Storia” Enciclopedia Storica UTET, vol. 11, introduzione al capitolo XIV “L’impero ottomano il “grande malato” “)
Non è facile fare riforme quando i cosacchi dello Zar di tutte le Russie un giorno sì e l’altro pure ti bussano alla frontiera (Mantellini avrà sentito parlare della guerra di Crimea?) mentre le altre Potenze europee si comportano in modo alterno, a volte – come nelle suddetta guerra di Crimea – cercando di impedire il collasso dell’Impero Ottomano,( ma solo perché la Russia non ne potesse trarre profitti territoriali, specie l’agognato sbocco nel Mediterraneo) e più spesso cercando di conservare lo status quo, ovvero prolungare “l’agonia” dell’impero – ovviamente osteggiando in tutti i modi una eventuale rinascita – finché non arrivassero tempi più propizi per poter strappare a loro volta sostanziosi “brandelli di carne” dall’impero in agonia.
Come già detto, trovarsi geopoliticamente fra il martello russo e l’incudine delle altre grandi potenze europee non era l’unico fattore facente la differenza fra impero ottomano e impero giapponese in quanto a successo/insuccesso nelle riforme modernizzatici. Nell’immancabile scontro fra i “conservatori” – che avevano da perdere rendite di posizione a causa di eventuali riforme – e i “riformisti” questi ultimi in Giappone erano avvantaggiati: il Giappone era un Paese etnicamente, culturalmente e linguisticamente assai omogeneo, mentre l’impero ottomano era un vero e proprio mosaico etnico-linguistico-culturale (oltre che religioso, naturalmente). La nascita dei sentimenti nazionali nel resto d’Europa non poteva non contagiare anche le diverse etnie facenti parte dell’impero ottomano, a prescindere dalla loro religione, etnie che, pertanto, vedevano nelle riforme centralizzanti/modernizzanti dell’impero un serio ostacolo alle proprie rivendicazioni nazionali, rendendole così un formidabile “alleato” degli avversari delle riforme. Sorvolando sulle insurrezioni di greci, bulgari, serbi, e altri cristiani, decisi di “mettersi in proprio” perché, appunto, greci, bulgari, serbi, ecc. prima che cristiani, parlo degli albanesi: conosco abbastanza la Storia del mio Paese, l’Albania, per affermare che in quella zona all’inizio del 19° secolo i più seri problemi alle riforme le crearono le aspirazioni – per carità, sacrosante, ma non è questo il punto – autonomiste/indipendentiste di notabili albanesi, anche se musulmani come il Sultano, a cominciare da Ali Tepelena, pascià di Janina (appoggiato- tanto per cambiare – dai francesi) al sud e Kara Mustafa Bushatlliu al nord per proseguire poi con le insurrezioni contro le riforme del Tanzimat, sempre capeggiate da notabili, musulmani sì, ma prima di tutto albanesi. Aggiungi a tutto quanto sopra la “sfortuna” di non aver avuto nel corso del 19° secolo un monarca avente quelle doti di statista che a volte la Storia mette a disposizione di certi progetti ambiziosi e allora si avrà il quadro abbastanza completo del perché l’impero ottomano non ebbe la sorte di quello giapponese. Con buona pace dei vaneggiamenti sulle “vere differenze” fra islam e shintoismo.

Ritvan Shehi

Eletti i due consiglieri stranieri aggiunti

I due nuovi consiglieri stranieri aggiunti sono entrambi del Bangladesh. Uno è Kaium, che si riconferma e l’altro si chiama Shamsuddin Bhuiyan.

La candidata russa, Natalia Shicova, non ce l’ha fatta. Anche il candidato pakistano non ce l’ha fatta; nemmeno l’accortezza mostrata nell’usare i miei santini elettorali, mettendoci però una sua bella foto da divo di boolywood con tanto di basette lunghe e vaporose lo ha salvato dalla debacle. Il candidato senegalese ha lottato come un leone ma è andata male ugualmente. Il fatto è che i due consiglieri stranieri aggiunti sono troppo forti.

Non solo numericamente ma anche perchè organizzati e motivati. Persino troppo motivati. Non credevo infatti che la carica di consigliere straniero aggiunto fosse così tanto ambita da meritare tutte le energie messe in campo dai due neoeletti. Evidentemente la carica di consigliere aggiunto avrà dei vantaggi concrerti che a me tuttora mi sfuggono. Se non non si piegherebbero le notevoli risorse economiche che i due neoeletti hanno dovuto sostenere in questa campagna elettorale. In ogni caso tanto di capello: sono riusciti, con ottimi argomenti direi, ad invogliare anche gli elettori più indecisi ad esercitare il loro diritto al voto. Forza ragazzi, avete davanti 5 anni per riprendervi e rifarvi di tutte le energie e risorse che avete profuso durante questa intensa e dispendiosa campagna elettorale. Ringrazio tutti quegli che mi hanno votato e chi semplicemente ha simpatizzato.

Fra questi in particolar modo una mia piccola sostenitrice ( amica di mia figlia – seconda media) che ha così mostranto una precoce passione potica. Ha scomesso 2 euro con mia figlia sulla mia vittoria. Purtroppo per la mia piccola amica, ha vinto mia figlia. Un altro piccolo episodio che ricorderò è quello di una ragazza marocchina che nell’accordarmi la sua preferenza mi ha confessato che per lei era la prima volta…che votava s’ntende.