La ragazza ha la pelle d’oca

by admin on 9 aprile 2014

Una manciata di poeti. Musicisti: violino, clarinetto, sax e chitarra. Tutti chiamati a Sant’agata Feltria da Rosana Crispim da Costa (squisita padrona di casa nonchè ottima regista) per lo spettacolo I dialetti nella valle del mondo, da lei ideato, giunto quest’anno alla terza edizione. Palcoscenico: Teatro Angelo Mariani di Sant’agata Feltria, quel che si dice un piccolo gioellino. Piccolo miracolo per un reading di poesia: teatro pieno pieno, sold out. Vitto e allogio e convivialità presso il B&B Molino Del Gobbo ( anche questo di Rosana Crispim da Costa)
Lisa Bortolato (poetessa), più volte quando suonava Jamal Ouassini ha detto che ha la pelle d’oca. Messe insieme tutte queste cose, più l’aria di collina e qualche bicchiere di buon vino ne è nata questa poesia, un modo come un altro per ricordare questo bell’evento:

La ragazza ha la pelle d’oca

tace il violino nella sua custodia
il sole è alto da un pezzo
quando con un paio di caffè
intanto s’accorda la giornata
il violinisa ha le gote lisce di chi è amato
il sorriso benevolo di chi è grato
suonare il violino non è questione di spartito
è lo sguardo di uno che arriva
di uno che parte
è il vento di Tangeri
in una chioma corvina
poi certo
è anche merito dell’archetto
la ragazza che ascolta
dice “ho la pelle d’oca”
ragazza
questa è una storia
araba
andalusa
è la voce di generazioni di poeti
è l’eco lontana
dei dialetti nella valle del mondo
ragazza
questa è musica
di uno che parte
di uno che arriva
poi certo
è anche merito dell’archetto.

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Le donne. Che parolone. Si fa a presto a dire donne. Le donne alte,
quelle magre, quelle rotondette, le tedescone, le donne arabe, quelle
asiatiche… l’elenco è infinito. Meno male che ora non ci penso più.
Voglio dire non più con quell’intensità da ragazzino, durata più o meno
dall’età di dieci anni fino a oltre i quaranta. Da ragazzino era proprio un
desiderio lancinante. Il primo ricordo di desiderio carnale legato a un
corpo femminile era rivolto ad una ragazzina che faceva le pulizie. Mi
ricordo del seno. Era un seno piccolo. Sotto un vestito lungo di quelli
che usano le donne marocchine. Non aveva il reggiseno. Era una ragaz-
za di carnagione scura. Ero circondato da donne. Da corpi di donne.
Da sguardi di donne. Accompagnavo mia madre alle feste. Quelle feste
che si fanno quando qualcuno si sposa, o quando in qualche famiglia
c’è la circoncisione. Durante queste occasioni c’era un esplosione di
corpi di donne. Prima delle feste c’erano i preparativi. Mia madre e le
altre donne che bazzicavano per casa: zie, amiche e vicine. Il kohol su
occhi neri e loquaci. Il marrone delle labbra e della lingua per via del
suak. I corpi generosi o snelli, sempre in movimento nei kaftan vario-
pinti. Le vite strette da cinturoni d’oro o di stoffa riccamente ricamati.
Gingilli alle orecchie. Fermagli shouka sul petto. Alcune tatuate di ver-
de sul mento o fra gli occhi, le mani arabescate di hennè. Ad allietare
queste feste venivano chiamate le chikhet. Sono delle cantanti ballerine.
Riservate alle sale dove erano i maschi. Mi accucciavo vicino a qualche
zio per veder le chikhet in azione. La musica dei violini e il suono dei
bendir ispiravano loro movenze di pura seduzione. Sculettamenti sot-
tolineati dai cinturini legati sul sedere o appena più giù mandavano in
visibilio i maschi presenti in sala, che contenti infilavano banconote nei
cinturini e nei decolté.
Ho un’immagine impressa nella mente: un culo abbondante di una
donna nel gesto di accovacciarsi per fare pipi. Eravamo in campagna
e lei, credendosi al riparo da occhi indiscreti, si era appartata per fare
pipì. Ho visto solo il culo, forse solo una natica. Sono sempre stato
attratto dai culi. Dalle movenze delle natiche. “Quant’è bella la donna
mia quand’ella il suo cul vacilla”. Le movenze dei sederi dentro le djel-
laba sono languida poesia.
Una volta in campagna, era sera, e allora non avevamo la luce elettrica,
si usava una sorta di lanterne a benzina. La casa era grande e con tante
stanze, per raccogliere tutti i famigliari e i bambini numerosi che ogni
estate si ritrovavano nella casa della nonna matriarca. Sono entrato in
una stanza e ho trovato una zia che faceva il bagno a una ragazzina
accolta in casa che aiutava nelle faccende in cambio di vitto, alloggio
e qualche regalo per la famiglia. Questa ragazzina era immersa in una
grande bacinella di zinco, in piedi, i capelli neri sciolti che arrivavano ai
fianchi, il seno piccolo e i capezzoli duri e scuri come l’aureola tutt’in-
torno. Giusto un attimo, un attimo e me ne andai o forse mi cacciarono
via. Ma questo corpo è rimasto fra le immagini che poi hanno plasmato
la mia idea di femminilità.
Da bambino andavo ogni settimana all’hammam con la mamma. Quin-
di ne devo aver visti di corpi femminili nudi. La trasferte all’hammam
femminile sono durate credo finché altre donne hanno cominciato a
fare alla mamma rimostranze sempre più insistenti sul fatto che ormai il
bambino fosse grandicello, un ometto ormai. Così una domenica sono
dovuto andare all’hammam con papà, in quello dei maschi. Eppure
non ho un ricordo specifico dell’esperienza nell’hammam femminile.
Ho un’idea annebbiata come lo sono le sale vaporose degli hammam.
Forse il nero dei pubi, braccia nude, culi adiposi… ma non ne sono
sicuro… mi devo sforzare per richiamare queste immagini e chissà se
attingo alla mia esperienza vissuta o al vissuto collettivo di tante gene-
razioni di ragazzini marocchini.
Più o meno credo sia questa l’idea di donna che ha nutrito i miei sogni
erotici di ragazzino e di giovane maschio. Giovane maschio intendo dai
vent’anni in su. L’età della mia immigrazione. E qui tocchiamo un tasto
dolente: l’integrazione sessuale di un giovane immigrato. [click to continue…]

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I cani

by admin on 18 marzo 2014

cane
Per il centro storico giovani coppie passeggiano mano nella mano sfoggiando sorrisi oltremodo luminosi. Stando al calendario infatti è quasi primavera. Ciò non toglie che l’inverno è ancora lì, nelle sciarpe che ancora tutti indossano ben serrate al petto e al collo. Questa allegria un po’ forzata è trasmessa anche ai tanti cagnolini al seguito. Che poi al seguito non è l’espressione corretta: a me pare che i cani stiano sempre qualche passo avanti, o al limite di fianco ai loro padroni. Per lo più cuccioli. Belli, puliti e soffici. Molti di razza e qualche bastardino. Bastardino? E che ne so io. Magari quelli che io chiamo così sono di qualche razza a me sconosciuta. E poi basta con questo razzismo. Tutti i cani sono uguali ed esiste un’unica razza: quella canina. Mi colpisce questa nutrita e variegata presenza dei migliori amici dell’uomo, che avrebbe un suo senso solo se fossimo nel pieno di qualche manifestazione canina (gare di bellezza e simili). Cani vecchi non ne vedo. Pochi bambini. Molte ragazzine. Belle signore mature. I soliti gruppuscoli di pensionati dislocati nei punti più strategici della passeggiata lungo il viale principale: vicino all’edicola, nei dipressi delle bacheche degli annunci funebri, all’imbocco degli snodi da cui fluiscono e defluiscono i passeggianti. Una famigliola formato da lui, lei e una coppia di cuccioli levrieri identici.

A rendere ancora più lieto questo quadretto è la mancanza di cani notoriamente temibili tipo doberman o rotweiller. Forse i loro padroni, giovani palestrati e tatuali, aspettano il buio della sera per portarli a spasso. Ho come l’impressione che i giovani più trendy abbiano per ogni occasione il cane adatto. A grandi linee la norma dovrebbe essere che per le ore diurne e per i centri storici è preferibile sfoggiare cani di piccola taglia o tascabili che dir si voglia. Poi magari avranno anche quello più consono per le gite fuori porta. Uno per la barca a vela. Uno, particolarmente docile, per quando si va a trovare la nonna. Uno per andare a caccia. Uno per fare footing. I più sportivi avranno anche un cane da slalom fra le macchine mentre con una mano tengono il manubrio della mountain bike e con l’altra il guinzaglio del cane che corre con la lingua di fuori. Uno o due da lasciare liberi nel giardino di casa per allontanare i malintenzionati.
Insomma ormai c’è una tale abbondanza di cani che non c’è che l’imbarazzo della scelta per quando arriva il momento di abbandonarne qualcuno in autostrada (stando ai tg, è prassi molto diffusa). Solo che i selezionatori non devono ancora aver messo a punto una razza apposita per questa incombenza. E allora i ragazzi trendy che devono fare poveretti? S’arrangiano con quel che hanno, senza peraltro stare tanto a badare al pedigree.

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Una bella moschea per Salvini

by admin on 14 marzo 2014

Grazie a Salvini si ritorna a parlare della presenza delle moschee in Italia. Da come se ne parla, sembra che in questo campo le dimesioni contino molto. Infatti i giornali non mancano mai di sottolinearne l’ordine di grandezza: apprendiamo così che la moschea di Ravenna è la terza più grande d’Italia; quella di Roma, la più grande in assoluto; e pure le altre in via di edificazione altrove, fanno sapere anche i diretti interessati, in quanto a grandezza non avranno nulla da invidiare alle altre.
Non sarebbe male venire a sapere di qualche comunità di musulmani, foss’anche di qualche sperduto borgo italico, alle prese invece con la ferma decisione di costruire la moschea più bella d’Italia.
Vorrei questo un po’ perchè sono convinto che l’intensità o meno della fede non ha niente a che vedere con la metratura dei relativi luoghi di culto, e un po’, anzi soprattutto, per godermi, che Dio mi perdoni, l’iraconda reazione del fratello Salvini al richiamo della bellezza: che per simili orecchie, com’è noto, risuona molto più minaccioso di quello del Muezzin.

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Renzi, il televenditore con le slide

by admin on 13 marzo 2014

Le notti televisive sono popolate da venditori di tutte le risme. Puoi trovare le ragazze succinte che mostrano quello che presumono essere il meglio di sè nella speranza che qualche sonnambulo abbocchi e alzi la cornetta. Così come puoi trovare molti altri generi di televenditori: si va dagli orologi ai tappeti, ai vari attrezzi per la cucina e per tutte le necessità domestiche. Dai quadri ad altri oggetti d’arte. Senza dimenticare le maghe e le fattuchiere. Detto tra perentesi, personalmente ho un debole per i venditori di idropulitrici.
Queste genere di televisione ha dato agli annali anche personaggi di tutto rispetto, del calibro per intenderci di Vanna Marchi e di Roberto detto il Baffo.
Lavorando di zapping, c’è da dire che i televenditori non operano solo a tarda notte. Sono molto attivi anche di giorno: vedi la Permaflex ad esempio. Solo che di notte, uno magari non ha la piena padronanza di sè e questo senz’altro rende più agevole rifilare qualche patacca.
Ebbene. La presentazione televisiva da parte di Renzi del suo Jobs Act mi ha fatto lo stesso effetto. Guardandolo e ascoltandolo mi è sembrato avesse la stessa disinvoltura, lo stesso savoir faire, la stessa mimica, lo stesso look… in una parola la stessa classe dei televenditori di idropulitrici. Solo un tantino più autorevole per via delle slide.

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Shahrazad

by admin on 9 marzo 2014

Il suo profilo emana un tempo che è vortice di ricordi, paure e speranze. Questo tempo è un attimo, e quest’attimo è adesso. Adesso lei è al posto di guida, io dal lato passeggeri che guardo dal finestrino le nuvole gonfie di marzo. Siamo parcheggiati al lungomare: c’è gente a fare footing, a portare a spasso il cane, a camminare a passo salutista. E gli amanti sono appartati nelle loro utilitarie. Ma il mio attimo non ha niente a che vedere con questo borghesume in cui sono immerso. L’attimo che sto vivendo non ha nulla a che vedere nemmeno con questo arcobaleno che fa capolino dal fondo dell’orizzonte: sorriso sguaiato dai colori sgargianti che squarcia il cielo e mi indispone. Irrompe indiscreto nel flusso dei miei pensieri distraendomi dal profilo di lei.
Lei è Shahrazad. Sì proprio lei, quella dalle mille e una notte. L’ho incontrata in una giornata d’agosto. Lei era la barista ed ad aiutarla dietro il bancone c’era suo marito. Un uomo piccolo dallo sguardo buono e triste. Sharahrazad non gli rivolge mai la parola. Lei aveva occhi che brillavano di notturni intrighi ed erano tutti per me.
Sono un uomo fortunato. Ho ordinato un cappuccino e brioche e ho compatito l’uomo che le stava a fianco. Mi sono lasciato andare alla voluttà del divanetto messo in un angolo del bar. L’arredo aveva l’eleganza delle tende beduine…una piccola libreria ben fornita, non alta, di legno… uno specchio incorniciato con minerali di varia forma e natura… tappeti dappertutto …tavolini bassi e arabescati; un paio di statuette all’altezza dei tavoli.
Tutto era morbido e nostalgico. La nostalgia era anche negli occhi di lui, tristi che invano sembravano cercare nella segreta trama che legava fra di loro i vari pezzi d’arredo uno scorcio di dimora che non fosse precario. La “trama segreta” era un’attesa su cui lui doveva vegliare. Quest’attesa è la loro complicità. In quest’attesa germogliavano e maturavano le storie che Saharazad un giorno avrebbe raccontato. Questo è scritto nel destino e loro attendevano come le pecore brucano e il sole sorge.
Entrando in questo bar, a chi non ha occhi per vedere Sahrazad, ecco cosa appare: una ragazza non più ragazza e non ancora signora, dalla camminata svelta e il corpo snello. Non italiana.Sia lei che suo marito provengo da un paese orientale. Una coppia di immigrati, quindi. Anche quando avranno finito di raccontare la loro storia, l’unica cosa che si serberà è l’immagine di una coppia dignitosa, mediamente colta con velleità artistiche sfuggita per motivi politici da un paese orientale e rifugiatasi in Italia.
Ora caro lettore tu sei uno che legge. Hai uno spirito critico. Sei uno che cerca di essere aggiornato, magari sei anche laureato. Il fatto stesso che mi stai leggendo vuol dire che hai gusti sofisticati. Non sei certo il tipo che si abbindolare dai titoli allarmistici dei media. Sei uno insomma che s’illude di essere l’artefice della propria percezione del mondo. Eppure, mi duole dirlo, sei il prodotto di una civiltà dell’immagine.Chissà quanti arcobaleni disturbano il corso dei tuoi pensieri . Non è certo colpa tua, lo so …anzi sarei presuntuoso se pretendessi da te, come è capitato a me, di scorgere sotto le vesti di questa gentile barista addirittura Shahrazad. Forse io ci riesco perchè anch’io sono un immigrato.
Noi due, io e te caro lettore, facciamo fatica a capirci. Qualcosa però mi dice che tu sei ben disposto. A ben vedere c’è una cosa che noi due abbiamo in comune ed è che anche tu sei assetato di storie. Ascolta. Il fatto è che sin dall’infanzia mi son nutrito di sole e di vento. Ho avuto per maestro un saggio carrubo. Nel mio paese (che non ti dico perchè non gli sovrapponga una delle tue immagini da Alpitour, o peggio ancora …) il sole batte forte, l’amicizia è un carrubo che mentre di dona la sua ombra le sue foglie gioiscono con un lieve tremito.
Francamente io credo, caro mio amico infarcito di immagini, tu Sahhrazad non potrai mai scorgerla in nessuna donna. La sua sensualità ti è preclusa per sempre.
Quando probabilmente tu andavi all’asilo nido a giocare coi lego, io andavo alla scuola coronica. E non mi ci accompagnava certo babbo o mamma in macchina. Ci andavo a dorso d’asino. La mia scuola era una stanza bianca con davanti un albero di fico. Era una costruzione in mezzo a un terreno brullo e sassoso. Sotto i sassi avevano dimora i serpenti e le vipere. Non avevamo quaderni ma tavolette di legno levigate. Niente penne ma calami di bambù da intingere nell’inchiostro. Non c’erano immagini da illustrare né c’era un senso da capire. Imparavamo che l’arabo era la lingua del Corano, le cui lettere forgiavano la memoria nell’argilla, nell’inchiostro e nel sole.
Questa per me, caro lettore è la sensualità. E’ il profumo e la sinuosità civettuola di lettere arabe incise con l’inchiostro nell’argilla. Le notti di Shahrazad sono nere come l’inchiostro della mia infanzia. Un fiume d’inchiostro che galoppa nel buio della memoria. Shahrazad non è un’immagine. Shahrazad è un profilo che è vortice di ricordi, paure e speranze.
Me la sto prendendo con te, caro lettore, ma tu non c’entri niente. E’ tutta colpa dell’arcobaleno, che prima mi ha distratto dal profilo di lei, e ora mi fa litigare con te.

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L’intercultura dello spettacolo

marzo 7, 2014

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marzo 2, 2014

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marzo 1, 2014

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La retecrazia

marzo 1, 2014

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