La parola amore. Non so se si possa ancora dire senza rischiare il ridicolo. Io di solito cerco di non usarla. Però capita che poi certe sensazioni arrivino. Sai che dentro di te si tratta di quella roba lì che non conviene pronunciare. Anche perché ovviamente cambia da persona a persona, e nella stessa persona a seconda dell’età ecc. Comunque ogni volta è una cosa diversa. Quando lei mi parla, ad esempio succede una cosa strana: il mio corpo si apre per accogliere le sue parole. Ecco, io credo che è da questa insolita qualità dell’ascolto che ho capito la mia attrazione per lei. Quando lei parla il mio corpo assorbe in profondità le sue parole, come farebbe un ramoscello del deserto a un improvviso acquazzone o pioggerella che sia. Io insomma ho una passione per le sue parole. Hanno un ritmo, una sonorità, una luce tutta particolare. L’insieme è armonioso. È chiaro che le sue parole producano degli effetti su di me. Certo tutte le parole, da chiunque arrivino, lo fanno. Ma è diverso. E qui sta la magia. Le sue parole sono una sorta di password per spalancare il mio universo sensoriale. Il mio corpo reagisce alla sua grammatica, alla sua sintassi, all’uso che fa dei verbi, a come costruisce le frasi. Non ho parlato della sua voce ma delle sue parole. Perché non importa lo strumento che usiamo per comunicare, la voce quando siamo de visus o al telefono, la parola scritta nei social media o attraverso gli sms. In qualsiasi modo si manifesti la sua parola il mio corpo ha un modo esclusivo di accoglierle. E allora può capitare che anche le virgole, i punti di sospensione, le faccine ecc partecipano al suo discorso, sempre con il medesimo insolito modo di coinvolgermi. Quel mi manca di lei, quando lei non c’è, sono le sue parole. Ho bisogno che lei mi parli. Sopporto benissimo che lei non ci sia, che si assenti, ma è nel silenzio dell’assenza delle sue parole che sento la mancanza di lei. C’è gente che ha il suo cantante preferito, l’attore preferito, io ho in lei la mia parolaia preferita.
In principio fu il verbo. Credo sia proprio così. Perché, ora che lo so, è chiaro che chiunque l’abbia scritta quella frase quel che realmente intendeva dire è: In principio fu l’amore. Solo che probabilmente sin d’allora la parola amore era già melensa.
Le Marche, Amandola e Smerillo. Un’ abbazia. Un panorama da favola, due bellissime giornate di sole. In questo contesto si è svolto Sharing, nelle giornate del 13 e 14 aprile. L’argomento del festival ( ma festival è parola che non rende bene l’idea) era identità sospese. Gli organizzatori Eros Scarafoni imprenditore illuminato, Pauline & Rob Betts… Bellissimo il pubblico: inglesi, australiani, scozzesi…:tutta gente che ha scelto le marche come terra d’elezione. Certo sono immigrati anche loro, ma basta un’occhiata alle loro belle facce ben ossigenate per capire che non hanno da sbattersi più di tanto per sbarcare il lunario. (Così com’è formulata quest’ultima frase potrebbe dare adito a fraintendimenti – vero Pauline? – Preso atto però della sua gratuità, vorrei pensarci bene prima di sostituirla. Perchè non voglio rimpiazzarla semplicemente con una frasetta dettata dal politically correct, ma voglio che le parole che andranno a sostituirla siano il frutto di una ponderata meditazione).
Io ero lì per la parte convegnistica del festival e il mio intervento verteva su “identità, comunità, diversità” ( la rima non è intenzionale) . Siccome il pubblico era per lo più anglofono a tradurre era Pauline. Io parlavo in italiano e lei traduceva le mie stesse parole in italiano. Non c’era verso di farla rinsavire. Questo imprevisto ha fatto molto divertire il pubblico e mi ha permesso di cavarmela in scioltezza visto che ormai la cosa aveva preso più i toni di commedia all’italiana; ed è solo grazie allo humor inglese della traduttrice e del pubblico che il tutto non è andato poi a tarallucci e vino.. Comunque alla fine sono riuscito a presentare il mio “Il divano non è un luogo comune” e dire due parole sul tema predetto: identità, diversità, comunità..ità, ità, ità.
Capisco i relatori di professione che devono in qualche modo occupare l’oretta a loro disposizione. Ma sono convinto che il nocciolo di qualsiasi relazione può essere detto anche con poche frasi. Nel caso del mio intervento si è trattato di questo: ormai la diversità è un dato di fatto. Il vicino di casa è un marocchino, la rosticceria dietro l’angolo è gestita da cinesi, più in là il kebab pachistano. Ad imbiancare la casa è un rumeno. Ad assistere la nonna è la signora polacca. Ecc ecc. Eppure l’italiano medio guarda ancora a questa diversità con l’occhio di Marco Polo: esotismo, mirabilia e timore. Viviamo gli uni accanto agli altri come isole. Forse è giunto il momento di prendere coscienza della normalità della diversità. Partire da questa consapevolezza e creare nuove appartenenze basate su qualcosa di nuovo da condividere.
Detto questo c’è da aggiungere che ero ospite durante i due giorni di Sharing nell’abbazia di San Ruffino. A tirarne le fila è Benedetto: simpatico prete con alle spalle vent’anni di missione in Costa d’Avorio. Manco a dirlo la sua fede è saldissima. Fa bene il suo lavoro, e nulla ha lesinato in quanto ad argomentazioni per salvarmi l’anima. Ma lo faceva in buona fede, in modo genuino e a tratti anche rustico. Uomo affascinante e ormai raro esemplare, in tutte le professioni, di fede inscalfibile. Alla fine ha trovato in me una somiglianza con Sant’Agostino. Abbiamo parlato ( lui più che altro) di Abramo, Mosè, santa trinità, resurrezione, ramadan, Islam, ebrei, identità sospese, identità di scopo, di peperoncino, di gatti, di fichi, di ulivi, di incontri biblici. Dice che il mio intervento lo ha ispirato. Forse perché vedeva ardua ormai una mia improvvisa conversione, mi ha caldamente sospinto a riprendere almeno a praticare come dio comanda la mia fede. Arrivando ad offrirmi ospitalità a condizione di riprendere a pregare 5 volte al giorno in direzione della Mecca.
Poi ho conosciuto Natan: barba da patriarca, voce profonda e la serenità dei profeti. Diversi anni in Kibbutz.
Ho scoperto il Fado, la musica della nostalgia, interpretata dal virtuosismo appassionato di Marco Poeta; e I Montenegro Balklannklezmerband
Siamo stati ( io , Eros, Oriana, Natan e moglie ) negli studi di Radio Fermo1, intervistati da Adolfo Leoni ( uomo di comunicazione e scrittore)
Sono stato anche all’azienda agraria di Eros. Qui ho mangiato formaggi, pane con olio e altre prelibatezze. Mi son fatto immortalare con una capra chiaramente invaghita di me. Non si meraviglino i benpensanti, le coppie miste sono all’ordine del giorno. Dico “invaghita”, ma non saprei: aveva due corna di tutto rispetto. Chissà, magari un’altra identità sospesa.
Luigi Francesco Clemente, docente di storia e filosofia
intervento sul tema “La misura dell’esperienza. L’identità si dice in molti modi”.
Mohamed Malih, scrittore e autore del blog Stracomunitari
intervento sul tema “Identità – comunità – diversità” e presentazione del libro
“Il divano non è un luogo comune”
Adolfo Leoni, giornalista e scrittore
presentazione del libro
“Alla mia terra, racconti e leggende di un amante quasi deluso”
Testimonianze di:
Natan Kaaren (Israele)
Sing Dilbag (India) Giorgio Marcolini, responsabile Amnesty International “gruppo 050 Macerata”
“I discendenti del Giaguaro: Sarayaku, storia di una comunità nativa della foresta amazzonica.”
Conduzione
Rob Betts (Australia)
Testimonianze fotografiche “Ricordi”
ore 19,30
Cena ( su prenotazione ) con piatti tipici di diversi paesi
- Parsee mombai red chicken curry e chapati indiano
- Brick e pane arabo
- Pavlova – dolce australiano
ore 21,00
Concerto di MARCO POETA – Il Fado “ineluttabile destino”
Domenica 14 Aprile 2013 – ore 17,00
ore 17,00
Visita guidata al MACS – Museo d’Arte Contemporanea Smerillo
Dopo l’affaire Giannino, e memori della questione Trota, per essere eleggibili o comunque presentabili, bisognerà esibire ad una apposita commissione etica oltre alla fedina penale anche il curriculum. Superato il primo step dell’incensurabiltà si passano al vaglio i titoli accademici. Chi verrà scoperto laureato verrà iscritto d’ufficio nel registro degli indagati. Due lauree sono un indizio grave. Al primo master scatterà l’arresto in flagranza di reato.
Per ricoprire alte cariche istituzionali bisognerà essere, ancor più di oggi, al di sopra di ogni sospetto. In tal senso costituirà titolo preferenziale il non aver mai superato le scuole dell’obbligo.
Per essere invece anche degni rappresentanti dell’Italia all’estero senza sfigurare nei summit intercontinentali saranno ritenuti idonei solo i candidati che sapranno dimostrare inequivocabilmente un precocissimo abbandono dei banchi di scuola: praticamente solo chi al momento di firmare ricorre ancora alla X. Chi invece, per le firme in calce, non sa andare oltre al pollice intriso d’inchiostro, potrà ricoprire qualsiasi ambitissima carica a sua totale discrezione: da quella di premier a quella di capopolo.
” No a misure ideologiche”: questa la secca replica in un comunicato congiunto di mondo accademico e baronato universitario.
Ho faticato non poco ieri a spiegare al mio amico Kamal che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ma lui quando si tratta di cibo è oltremodo pignolo. Va capito, è musulmano praticante; sin troppo. Ha sviluppato un olfatto per lo strutto da poter competere con il più addestrato dei segugi. Inoltre è in grado di avvertire, sempre con l’ausilio del solo naso, fra mille altri ingredienti, la presenza anche di singole molecole di alcool presenti in qualsiasi confezione di cibo per umani. A forza di evitare tutti gli alimenti con tracce di alcool o di strutto, praticamente si sta riducendo alla fame.
Ora, dopo aver appreso dai gionali della truffa alimentare dove spacciano per manzo la carne di cavallo è diventato ancora più paranoico. Ma la cosa di cui proprio non riesce a capacitarsi è che in questa truffa sia coinvolto anche il suo pescivendolo di fiducia: Capitan Findus. Che era l’unico a ispirargli fiducia complice la candida barba, il viso rubicondo e gioviale e l’intera figura bonariamente autorevole e quindi rassicurante. Con Findus si poteva andare sul sicuro: niente alcol e niente strutto, solo pesce.
Dopo questa cocente delusione del fido Findus – l’immagine di abile pescivendolo era solo una coperura per più loschi traffici in lasagne – il mio amico sta meditando seriamente di imporsi un rigido regime dietetico che prevede, per non rischiare di andare contro i precetti alimentari della sua fede, solo frugali porzioni di cous cous.
Non voglio star qui a fare il Dukan della situazione, ma occhio e croce a me non sembra per niente una dieta equilibrata.
La carica di pontefice è quasi vacante; in compenso tutti gli italiani si son scoperti, senza fra l’altro smettere i panni tecnici di emeriti allenatori di calcio, anche ottimi pontificatori. Una nazione di cardinali in pectore di cui nessuno sospettava l’esistenza. Evidentemente avere uno Stato matrioska (se apri lo Stato italiano dentro ci trovi un altro: il Vaticano) alla lunga produce i suoi effetti. Non ultimo quello di una risposta parziale all’annoso quesito di quante divisioni disponga il papa. Ora sappiamo infatti che un punto di forza ragguardevole di queste divisioni è formato da agenti dormienti: tutto il popolo italiano. Che ora tutti insieme, avvertita la delicatezza del momento, si son destati all’improvviso e seguono col fiato sospeso, anzi soffiando sul fuoco, l’evolversi, canonico se vogliamo ma non del tutto ortodosso, della delicata situazione che questa volta caratterizza il sempiterno avvicendamento sul trono di San Pietro.
È uno spettacolo insolito questo di vedere l’Italia tutta, da Trieste in giù, unita in concistoro. Quasi a smentire le tante cassandre che non vedono più tracce d’istinti trascendentali nell’uomo ma solo il trionfo del bieco secolarismo. Ma basta guardarsi attorno per respirare la solenne spiritualità del particolare momento storico. Ed infatti, oltre alla vicenda Ratzinger, contemporaneamente fervono le celebrazioni di ben altri due santi: San Valentino e San Remo.
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