Storie di migranti. Un altro racconto è possibile anche attraverso i social

Arianna Ciccone di Valigia Blu sta provando a narrare l’immigrazione in modo diverso dalla vulgata generale. Vulgata che praticamente, stringendo al massimo, ci restituisce il fenomeno immigrazione visto solamente o dagli occhi di Salvini o da quelli certamente meglio predisposti di un buon parroco di periferia. Per cui l’immigrato quando non  è una minaccia da tenere a bada con le ruspe  è un povero cristo su cui riversare tutta la pietà cristiana di cui si è capaci.  Tertium non datur. O se è datur per scovarlo bisogna andarselo a cercare con il lanternino. Proprio quel che sta facendo Valigia Blu: “Contro intolleranza, mancanza di empatia, spietatezza e ostilità. Contro un razzismo sempre più diffuso nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa: contribuire a far emergere il racconto della bontà, della fratellanza, dell’abbraccio.”

I risultati non si son fatti aspettare. Ad oggi sono più di 100 le storie raccolte.

Arianna Ciccone è una che di giornalismo e di rete se ne intende, eccome. E se la rete, quando si tratta di questi argomenti, sa trarre il peggio dall’umanità digitante, lei ha saputo invece dare visibilità anche a quanto di positivo succede nella vita reale ma che raramente trova spazio sul web e sui suoi vari social, dove invece spadroneggiano cori razzisti e altre truculenze varie degne dei più fervidi adepti del Ku Klux Klan

Tanto di cappello dunque ad Arianna e alla sua Valigia Blu.

Oltre all’iniziativa di Arianna, degno di attenzione è anche quanto ha provato a fare la testata online Prospettive Altre: far raccontare l’immigrazione ai diretti interessati (immigrati e figli di immigrati).

Insomma la rete non è solo quella cloaca nauseante dove vanno a parare quasi tutti i seguaci di Salvini. È anche Arianna Ciccone e pochi altri.

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I migranti sugli scogli e l’Europa senz’anima

Per fortuna la conta dei morti annegati in mare è sospesa. Speriamo definitivamente e non solo rimandata. I conti ora c’è da farli con i migranti degli scogli di Ventimiglia. Ormai icona di tanti loro compagni di sventura accampati lungo le frontiere della fortezza Europa, in attesa del momento buono per continuare il loro cammino verso Nord. Ed è il fatto che questi migranti siano vivi, e non morti, sta cogliendo impreparata l’Europa: ormai ci si era fatta una solida esperienza con la morte, si erano consolidati dei riti: recuperare corpi, mettere in fila tante bare anonime, dire due parole di circostanza come commiato, ripetere per l’ennesima volta che fatti del genere non hanno a ripetersi mai più… Ma è fare i conti con i vivi che ci mostra il lato più vile ed ipocrita di quest’Europa. L’Europa delle dichiarazioni del diritto dell’uomo, delle carte sulla uguaglianza fra i popoli, delle libertà per tutti, delle democrazie e della civiltà… a quanto pare non esiste: è tutta una bufala. L’unica risposta a chi chiede asilo e protezione è il manganello. Polizia e soldati schierati lungo i confini. Rimpatri e allontanamenti alle frontiere. E poi summit su summit. Senz’altro in qualche androne di Bruxelles staranno studiando il caso. Poi seguiranno le dichiarazioni dei governanti dove ci comunicano che un nuovo trattato è in dirittura d’arrivo. E questo sì che risolverà la questione. Prendono atto che i vari accordi e trattati tipo Dublino, Schengen, Chambery …, non sono non più adatti  a regolamentare la spinosa questione dell’immigrazione e ci tranquillizzano dandoci appuntamento a fra qualche mese con la nuova carta che tutto risolverà. Tutte chiacchiere che la nuova ondata di migranti sommergerà. Fortuna vuole che l’Europa non è solo i suoi governanti: è soprattutto la sua gente. Impaurita quanto si vuole e in balia di populismi e rigurgiti nazionalisti portati avanti dai Salvini e dai Le Pen di turno, ma è pur la stessa che porta soccorso ai migranti sugli scogli. Ma non basta.

La questione immigrazione può spostare molti volti. I politici questo lo sanno e piuttosto di governare il fenomeno sembrano più preoccupati a dare l’impressione di farlo. Le azioni concrete che poi seguono alle loro ciance sono tutte toppe messe lì in fretta e furia, operazioni di maquillage improvvisato. E il resto lo fa la disinformazione. Ad esempio non si ripete mai abbastanza è che i migranti che vediamo malmenati nei Tg e sui giornali qui in Italia non vogliono rimanere. L’Italia per questioni geografiche è solo una tappa obbligata. Evidentemente a qualcuno fa comodo dare l’impressione che l’Italia sia invasa da orde di barbari. A chi fa comodo  ce lo dicono le ultime inchieste su Mafia capitale ad esempio.. . Ma a parte queste faccende di italica criminalità, solo più infame questa volta perchè giocata sulla pelle dei più deboli fra i deboli, la questione migranti è cosa che riguarda l’Europa tutta.
Dopo Ceuta, Melilia, Turchia, Grecia ora anche l’Ungheria si appresta a fare il suo bravo muro. Ovviamente nè i trattati nè i muri serviranno a fermare questo flusso, forse lo argiranno per un po’ ma la forza di questo tsunami umano finirà per travolgere tutti questi ostacoli. Tutto ciò avrà un prezzo salatissimo in vite umane e nuclei familiari disgregati, in umanità sempre più allo sbando.
Tuttavia, la crisi economica unita a queste ondate di gente disperata sono un’occasione ghiotta per dare un’anima a quest’europa. Sempre più vecchia e secolarizzata.  Dove  non si fanno più bimbi e neanche più preti.  Ecco, i profughi io credo stanno offrendo questo all’Europa: la possibilità di riscoprire la parte più umana e gentile che ancora da qualche parte ben nascosta deve albergare in sè.  Una comunità per dirsi tale ha bisogno di qualcosa d’impalpabile che l’accomuni. Questo qualcosa lo possiamo chiamare in tanti nomi, ma anima credo ben si presti all’occorrenza. Sugli scogli di Ventimiglia ce n’è in abbondanza.

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“Io sono qui”

Dopo aver partecipato a questo evento organizzato da Vincenzo Montella, ricevo dallo stesso questo messaggio: Scrivi qualcosa sull’esperienza che hai vissuto da noi, puoi aggiungere anche immagini se vuoi. Puoi fare proposte per il futuro. Insomma esprimi tutto quello che ti sembra possa rendere significativa l’esperienza. L’ambizione è di fare una pubblicazione come quella che ha riguardato i primi due anni di seminario.

Non dimenticherò certo presto il vostro evento. Il motivo è presto detto: Napoli. Nonostante i tanti anni dacchè sono in Italia, Napoli infatti non non l’avevo ancora mai visitata. Potete facilmente capire con quanta gioia io abbia subito accettato l’invito di Vincenzo di partecipare a ” Io sono qui“. Per me il nome dell’iniziativa voleva dire soprattutto io sono qui a Napoli, seguito da tanti punti esclamativi. Il tema del seminario è  riflettere sull’esperienza estetica. E rispondendo all’invito di Vincenzo di mettere nero su bianco le impressioni sulla nostra esperienza mi sono reso conto che per me riflettere sul tema voleva dire innanzitutto riflettere sulla mia visita a Napoli in quanto esperienza  estetica.

Si parla tanto di Napoli. Napoli è  sempre presente nel dibattito pubblico, nel bene e nel male. Tutti sanno che Napoli è bellissima. Tutti sanno che Napoli è anche molto brutta. La malavita. Gli scugnizzi. Le rapine. Gli artisti. Il teatro. La storia. Il golfo di Napoli. I napoletani. Ero carico insomma di tante nozioni e luoghi comuni su Napoli. Avevo  in qualche modo già un’esperienza estetica di Napoli, tutto quel che avevo da fare era misurarla con la realtà e verificare le mie aspettative al cospetto della Napoli vera.
Per non creare a mia volta altre aspettative dico subito che la mia visita è stata brevissima e quindi in me è ancora più presente la Napoli immaginata che la Napoli vera. Tuttavia ho fatto in tempo per convincermi di quanto Napoli sia vittima di cattiva reputazione. Cioè si parla male di Napoli, si sottolinea più del dovuto a mio avviso le cose che non vanno rispetto a quanto sia effettivamente sbalorditiva la bellezza di Napoli.
Ed eccoci alle due categoria che interessano in modo predominante ogni esperienza estetica: il bello e il brutto.
A “Io sono qui” sono stato molto colpito dal gruppo di persone che insieme a Vincenzo portano avanti questo progetto: riflettere sull’esperienza estetica. Che se non ho capito male vuol dire riflettere appunto su cosa sia bello e brutto per noi individualmente. Riuscire a capire cosa ci piaccia e cosa meno al di là delle mode del momento, cercando nel contempo di farci influenzare il meno possibile dai mercanti d’arte e da ciò che gli “addetti ai lavori”, non sempre disinteressati ovviamente, ci rifilano come bello.
Dicevo poc’anzi di come il gruppo di lavoro di Vincenzo e company mi abbia positivamente colpito, ma ho omesso di dire che è grazie al libro “Seminario di autocoscienza estetica” che ho potuto  formulare questo giudizio. Leggendolo infatti salta subito all’occhio come le analisi e le riflessioni che contiene siano di gente che ne sa di questi argomenti, sono cioè tutte argomentazioni non basate solo su giudizi soggettivi ma sono supportate da elementi teorici e citazioni dotte (almeno al mio occhio di ignorantone) che rendono veramente la lettura un’esperienza arricchente.
L’Italia, e non sono certo io a dirlo, è il paese dell’arte e di geni unanimamente ritenuti tali da tutto il mondo. Dico solo Michelangelo e Raffaello per intenderci. Ebbene io di fronte a cotanta bellezza(bellezza pittorica intendo) quel provo è il nulla. Quando guardo la Monnalisa ad esempio la mia meraviglia è come tale dipinto, tutt’al più grazioso ai miei occhi, possa essere ritenuto dall’intero mondo come  un capolavoro. Parlando tanti anni fa con una mia amica storica dell’arte dell’università di Padova di questa mia frigidità per quanto riguarda l’arte pittorica mi ha detto che molto probabilmente la cosa ha a che fare con la mia cultura d’origine, che cioè in quanto musulmano io subisca ancora del retaggio iconoclasta della religione musulmana. Non lo so, forse aveva ragione lei.
Quel che so di certo è che il mio interesse per “le esperienza estetiche” in generale nasce proprio da questa mia insensibilità alla bellezza pittorica.
Per cercare di ovviare a questa mia mancanza mi ricordo di aver pure azzardato qualche lettura impegnata per capirci qualcosa.  Ad esempio “Saper vedere” di Roberto Longhi ( ma non ci giurerei nè che il titolo nè che l’autore si chiamassero proprio così) e Opera aperta di Umberto Eco. Devo dire senza grandi risultati.
A “Io sono qui” era presente anche la mostra di fumetti di Takoua Ben Mohamed … e a tal proposito noto come la mia frigidezza non intacchi questa disciplina. Riesco a godermeli i fumetti, forse perchè uniscono immagini e parola scritta.
Queste a grandi linee sono le riflessioni che faccio pensando a Io sono qui. Il merito di Vincenzo e company oltre  a quello di “teste pensanti”, che già in sè come cosa mi sembra  da non trascurare affatto vista l’omologazione dilagante in cui siamo immersi, è  il fatto di aggiungere al dibattito annoso sull’esperienza estetica questo ulteriore elemento di riflessione: ovvero l’ esperienza estetica quando è vissuta da gente di culture diverse.
Vi affido dunque queste mie confuse riflessioni confidando in qualche vostro suggerimento non dico per superare ma almeno attenuare la mia frigidità estetica.

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In corsa per la carica di Consigliere Straniero Aggiunto

Parallelamente alla roboante campagna elettorale per le amministrative di senigallia, combattuta a colpi di comunicati stampa e cartelloni pubblicitari, si sta svolgendo un’altra campagna elettorale che vede gli stranieri di Senigallia competere per i due scranni di consigliere straniero aggiunto a loro disposizione.
Queste due righe per annunciare la mia candidatura e per ringraziare tutti i volenterosi che si sono recati fino all’ufficio elettorale per concedermi la loro preferenza. Di questo gruppetto di firmatari vado particolarmente orgoglioso. E’ un gruppo di persone eterogenee in quanto a  età, sesso, fede, etnie e paese di provenienza, che credo ben rappresenti la diversità degli stranieri di Senigallia.

Comunque andrà a finire mi piacerebbe che si siederà in consiglio comunale sia cosciente del fatto che è lì per rappresentare tutti gli stranieri indistintamente.

In ogni caso questa esperienza si sta rivelando davvero preziosa. Ho avuto modo, più di quanto sono solito fare, di parlare con un sacco di gente che mi ha fatto l’onore di confidarmi i loro timori e le loro speranze di migranti. Oltre alle consuete lamentele su cosa “il Comune” offra o non offra.

L’impressione è che la tanto discussa crisi economica colpisca più duramente gli stranieri in quanto privi di quella scialuppa di salvataggio che è la rete parentale.

Inoltre è davvero desolante la mancanza di punti di riferimento credibili che possano aiutare gli stranieri per le varie informazioni di cui di volta in volta necessitano.

Un’altra nota dolente riguarda la casa. Fra sfrattati, sfrattandi, case malsane e sovraffollate, penso che questo sia uno dei problemi che chiunque amministrerà questa città dovrà affrontare con urgenza.

Questo in estrema sintesi è ciò che mi rimane impresso da questa specie di campagna elettorale per figli di un Dio minore.

Le parole dette finora sono le stesse che ho usato nella scorsa tornata elettorale. Tuttavia sono ottimista, e credo che ribadirle, in questo momento che vede di nuovo i riflettori accesi sulla questione immigrazione, possa essere di sprono per cercare di cambiare le cose in meglio.

Stiamo organizzando con Nataliya Shikova (consigliere straniero aggiunto uscente) un incontro pubblico perchè tutti i candidati stranieri possano illustrare i loro programmi e quel che intendono fare per gli stranieri e la città una volta eletti. A breve comunicheremo data e luogo.

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Signori si chiude

Me ne sono sempre tenuto un po’ alla larga per via di una sorta di timore reverenziale. Parlo delle biblioteche, tempio dei libri. Anche i libri fra l’altro m’incutono timore. Non so se timore è la parola giusta, diciamo rispetto. Forse tutto ciò ha a che fare, derivi, da quegli illustri precedenti che sono i libri sacri (Bibbia, Corano, Torah… ). Non possiamo non dirci, volenti o nolenti, figli delle culture che questi libri hanno poi forgiato nei secoli.
Insomma, ho sempre percepito una qualche sorta di sacralità nelle biblioteche.
Ma oggi è una di quelle poche volte in cui decido di vncere i miei tentennamenti e mi avventura in una biblioteca. Oggi infatti avrei bisogno di uno spazio, di una architettura, di una matericità che siano diversi da quel che offrono i supermercati, i bar… e quei pochi altri posti dove uno in città possa, pur senza isolarsi, starsene un po’ per i fatti suoi.

Fossi più religioso, oggi sarebbe perfetta una capatina in Moschea. Ma non è solo questione di fede. Non ci vado in Moschea perchè quella che ho a disposizione è brutta. Come altre Moschee in giro per l’Italia anche questa di Senigallia è solo una specie di magazzino. Ci si va quasi clandestinamente. Tranne in occasione di festività particolari, non vedi nessun assembramento alla porta. Chi ci va fa di tutto per non dare nell’occhio. I mussulmani ultimamente (cioè almeno da una ventina d’anni) godono di pessima stampa. Meglio allora non dare scuse per titoli allarmanti che poi la gente si spaventa ancor di più. Quindi niente Moschea. Ecco, se solo ci fosse questa cittadina marchigiana dove abito, l’hammam sarebbe perfetto per questa mia voglia odierna di spiritualità laica. Sarei persino pronto a ripiegare su una Chiesa, ma la eslcudo non per questioni di fede: semplicemente, diciamo così, per questioni architettoniche e di arredo. Tutto quel marmo e nemmeno un tappeto. I giganti quadri alle pareti spesso con scene anche abbastanza cruenti. No, non è al momento questo il tipo di luogo di cui ho bisogno.

Quindi eccomi qui in questa bella biblioteca di Senigallia. Fatta di molto legno e di molto vetro. Il legno va bene. Sul vetro avrei qualche riserva, ma la taccio e mi godo la tanta luce che fa filtrare. All’ingresso il solito gruppetto di giovani che fumano e chiacchierano. Dentro la biblioteca regna invece il consueto silenzio.
Come tutte le biblioteche d’oggi giorno, oltre ai libri, anche questa offre giornali, riviste e una sala con vari computer con internet a disposizione. Così in biblioteca ci trovi diverse categorie di gente: i pensionati che vengono a leggersi i giornali (dalla prima alla’ultima riga), il clochard che prende una rivista tanto per darsi un contegno ma che sta qui soprattutto per riparasi dal freddo, alcune signore immigrate che dopo aver portato i figli a scuola vengono a trafficare con internet, altri immigrati che invece ci fanno un salto perchè la macchinetta del caffè qui lo fa buono e a buon mercato. E poi certo ci sarà anche chi è qui per prendere in prestito libri o per studiare o perchè sta facendo particolare ricerche in archivio. Ma questi ultimi hanno la prerogativa di essere qualsi invisibili. Io, come ho già detto, son qui per una sorta di ritiro spirituale. E come ogni ritiro spirituale che si rispetti, anche questo tempio laico che è la biblioteca ha i suoi officianti. E quello che mi vine incontro non mi piace per niente. Ha bella in vista sul maglione la sua tessera che lo qualifica subito come uno del posto e quindi con poteri superiori al semplice frequentatore occasionale. é uno di quei signori anziani che hanno tutte le biblioteche e che non si sa bene cosa facciano oltre ad aprire le porte e chiuderle all’orario stabilito. Oltre a guardar male gli astanti l’unica altra cosa che gli ho visto fare è cominciare ad aggirasi una mezz’oretta prima della chiusura avvertendo “signori si sta per chiudere”. Sarà anche per questi motivi che ogni volta che mi trovo in biblioteca ho come la senzazione di godere di un raro privilegio, di una concessione di cui tutto sommato non sono degno. O almeno è questo che mi comunica, ogni volta che lo incrocio, lo sguardo dell’officiante con il distintivo bene in vista.

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Nel cielo volavano matite

Nei giorni dei fatti di Francia io ero a letto con l’influenza.
Avevo la febbre, tutto dolorante, un po’ sapevo e un po’ no dove mi trovassi. L’unico mio punto fermo era la tv. A qualunque ora la guardassi mi diceva: Io sono Charlie. Anzi: je suis Charlie. C’era qualcosa di pirandelliano e/o di shakesperiano in questo Io sono Charlie. Sarà stata la febbre ma io da piccolo avevo un cane di nome Charlie… E allora questo coro allargato di replicanti Charlie mi suonava buffo anche se senz’altro amabile.
Ma erano pochi gli attimi di lucidità. Per lo più me ne stavo in uno stato di dormiveglia assai rincoglionito e a tratti quasi delirante.
Sono stato a Parigi. Una Parigi da cartolina. Era inverno. Gli alberi alti filiformi e spogli. Forse sono stato anche al cinema, e davano un film con sparatorie dozzinali e attori cani. C’è stato un assalto a un negozio di un ebreo. Protagonista del film sicuramente era la campagna francese. C’erano anche i ragazzi delle banlieue, di cui due erano fratelli ed erano particolarmente sportivi. Un altro si chiamava Ahmed. Un altro ancora era nero e credo si chiamasse Colibrì. Poi non so perchè ma a un certo punto tutti si son messi a parlare di Islam e di musulmani e di arabi. Invece erano tutti francesi.
Io continuavo a star male e la febbre a salire. A Parigi intanto si era radunata parecchia di gente. Guidati da Hollande. In prim fila c’erano anche molti altri capi di stato. Fra cui, ma non ne sono sicuro, anche Arafat. E nel cielo volavano matite.

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Un anno tutto “stracomunitario!

Dopo il cinepanettone, arriva il gadget stracomunitario che si appresta a spiazzare il mercato, o se non altro…a varcarne i “confini”

Temi come il razzismo, l’integrazione, l’immigrazione sono il pane quotidiano di questo blog. E non da ieri, ma dall’ormai lontano 2007. 8 anni di onorata attività per un blog sono tanti, nella corrente furiosa e dispersa del web, un blog come un barcone pieno di voci e tutt’altro che abbandonato in mare aperto. 8 anni, non serve enumerarli, ma è piacevoli condividerli con i lettori, gli amici, gli appassionati, tutti coloro che hanno compreso e abbracciato lo sprone e le volontà del blog. Per celebrare questa longevità, in occasione dell’imminente 2015, ho deciso di buttarmi, non a mare, ma in una corrente ben più affollata… nel mondo dei gadget.
E più precisamente in quello dei calendari. Non è proprio una cosa originalissima ma tant’è.
Un anno di stracomunitari, per specchiarci l’un l’altro e darci volti oltre che voci virtuali. Ogni mese avrà un bel stracomunitario in primo piano. I ritratti sono quasi tutti di nuovi senigalliesi al lavoro: si va dal pizzaiolo, al sindacalista, al politico ecc. Altri invece immortalano momenti più estemporanei e lascio il piacere della scoperta a chi si troverà con il calendario fra le mani.
Ogni ritratto è accompagnato da un aforisma (da S.J Lec a Papa Francesco), o poesie (da Gianni Rodari al sottoscritto).
Dunque che calendario sia. Compratelo e regalatelo. Perché antirazzista o lo si è tutto l’anno o non lo si è per niente. Certo è dura mantenersi equi e solidali, tolleranti, ben disposti verso il prossimo e il diverso…, con tutti i Salvini che ci sono in giro.
Meglio allora proteggerci contro simili flussi negativi. E per l’appunto questo calendario è quel che ci vuole: è un potente talismano. Potete appenderlo al muro, metterlo in qualche cassetto della scrivania o dove vi pare; l’importante e che ce l’abbiate. I suoi benefici sono garantiti per minimo dodici mesi (la durata naturale di ogni calendario).

Chi comprerà il calendario mi darà una mano per continuare questa avventura del blogging. Il mio intento infatti è di usare gli eventuali introiti per consentirmi un restyling grafico al blog, di fornirmi finalmente dei mezzi indispensabili ad ogni blogger che si rispetti, fare un paio di viaggetti nel posti caldi dell’immigrazione e raccontarli da vicino (Lampedusa, Rosarno, centri d’accoglienza..).

Per il costo etico di 20 euro (perché per ora sono poche copie. Nel caso dovessi trovare uno sponsor si potrebbe stampare un numero più consistente di copie e il costo diminuirebbe di conseguenza).
Per prenotare una copia del calendario stracomunitario è possibile versare la quota suddetta al numero postepay (4023 6006 0214 0933) inviandomi contestualmente una email (malih@libero.it).
Se qualcuno volesse lasciare un libero contributo al di là della quota per il calendario, il blog ve ne sarà riconoscente!

Un assaggio puramente visivo per un faccia a faccia che va oltre lo sguardo. Ringrazio con il cuore Enea Discepoli, Mirko Silvestrini e Mauro Morandi, fotografi che si sono generosamente prestati a questa iniziativa, seguendo la strada eterodossa del mondo stra…..

A tutti voi compagni su quella strada bizzarra e meravigliosa, auguri sinceri di feste che siano abbraccio totale dell’amore che desiderate!!! Un saluto Stra….!!!

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Il badante azabbì

È un bel ragazzo, nulla da dire. Alto, longilineo, con un baffetto che non lascia scampo. I baffetti sono l’unica peluria, poiché è calvo ed è sempre sbarbato. Il suo viso, eternamente imporporato, l’insieme dell’ovale, garbatamente appuntito, e del cranio allungato, stagliano un profilo senz’altro aerodinamico. Simili caratteristiche gli conferiscono, se ti capita di vederlo mentre s’aggira per il centro verso le tre del pomeriggio, in piena calura, un fare da sloughi (pregiata razza canina caratteristica del deserto maghrebino).

Questo bel ragazzo ha un tarlo che lo rode. Con me si confida e posso ben dire di conoscerlo a fondo, il suo tarlo. Quando era ancora senza documenti, ha dovuto accettare di lavorare presso una facoltosa famiglia, per mettersi così in regola. Ora il permesso ce l’ha ed è da tre anni che continua a fare il badante. Quando gli chiedono che lavoro faccia lui risponde: l’autista. In effetti fra le sue mansioni c’è anche quella di portare fuori Jannuta due volte al giorno per farlo camminare. Jannuta sta per Gianni: il suo assistito affetto da Parkinson. La mattina verso le dieci lo carica in macchina e vanno a camminare al porto. Stessa operazione verso le 5 del pomeriggio. Quindi dire che fa l’autista non è troppo sbagliato. O meglio, non è una bugia, bensì una parte della verità. Sulla verità tutta intera è meglio glissare. Perché il tarlo che rode il mio amico è appunto dover lavorare come badante. Un impegno turpe, inaccettabile. Un’etichetta fastidiosa. Soprattutto quando era costretto a portare fuori il suo assistito a spasso per il centro. Passare a braccetto di Jannuta per la piazza del paese era un supplizio. Si sentiva scrutare dagli occhi dei compaesani, deriso e/o compatito. Quando si confida con me ingiuria il suo mondo occupato da Jannuta. È solito ripetere “che differenza c’è tra me e quella signora ucraina? almeno lei è donna, io invece sono un uomo, azzabì! Io parlo con te perché sei come un fratello. Un giorno, credimi, li mando affanculo tutti. Loro e il loro permesso di soggiorno. Azzabì, che ci faccio con quei due soldi che mi danno al mese…capisci?…io azzabì ne esco matto. Ogni mattina devo vedere il suo uccello, sento la sua merda, ogni mattina…lo vesto, gli faccio la doccia…sento le sue scorregge…azzabi…ogni mattina. Poi lo porto fuori, fresco rasato e profumato…azzabi non è mica mio padre. È da tre anni che sono con lui e lo vedi, lui sta bene, mentre io sto sempre peggio. Alle 8 e mezzo vado da lui, lo alzo, lo porto in bagno…azzabì…e vedo il suo cazzo, io…che sono uomo. Azzabì. Poi lo porto a tavola e gli faccio fare colazione. Lo riporto di nuovo in bagno. E meno male che a pulirgli il culo per ora ci pensa la moglie. Ma credimi, è solo questione di tempo. Un po’ alla volta quella megera mi farà arrivare al punto che a pulirgli il culo sarò io. Perché azzabi io me lo sento. Alla fine a fare questo lavoro…capisci?…un po’ alla volta…te lo giuro…credimi…so quel che dico…un po’ alla volta..mi capisci? Azzabì, uno diventa frocio. Sì è così. Dai! È così, non prendiamoci in giro!”.

Questo è il mio amico algerino, che come ho detto è anche un bel ragazzo. Caratteristica che occupa l’altra “metà” del suo mondo adesso. Mi dice spesso che lui le donne le conosce bene, altroché. Praticamente quando ci vediamo i suoi argomenti sono: le donne e lamentarsi del suo essere badante. Mi dice che l’ora migliore per cuccare è dalle 3 alle 4 del pomeriggio, perché, secondo una sua teoria, a quell’ora le donne che vanno in giro sono facilmente abbordabili e, a saperci fare, c’è un alta probabilità di portarle a letto.

“Azzabì lo vedi…io non ho nessun problema con le donne. Non c’è niente da fare, è la verità. Mi capisci? È un dono azzebì…c’è chi sa far di conto, chi è portato per le lingue…Che ne so azzebì, io ho questo dono azzebì, giuro, mi basta un’occhiata…una te lo dico subito se ci sta o no. Non te lo dico per vantarmi…ma mi stai a sentire? Azzabì, sai quante ne ho scopate qui a Senigallia…non c’è parco dove non l’ho fatto…ucraine, moldave, sudamericane…quella della colombiana te l’ho raccontata?…Mica solo lei…una me l’ha detto chiaramente che noi arabi siamo i migliori…ma non è che l’ha detto così tanto per dire…glie l’ho dato per bene, ti giuro, azzabì sette volte…mi credi, vero? Sette volte. Eravamo ancora a letto, nudi come vermi,quindi sotto gli occhi, stremata azzabì, aveva la prova, aveva l’esempio in carne ed ossa per poter dire che “come gli arabi, nessuno”…certo, lo capisci, intendeva “come me…”. Non so tu..io parlo per me. Non l’ho fatta dormire…ad un certo punto mi ha detto “basta ora abbracciami e dormiamo”…io niente. Sono andato in cucina e ho preparato un termos di caffè…poverina. Però credimi, se ora una viene da me e me la strofina sul naso, le dico “và via azzabi…lasciami in pace”. Quando penso al lavoro che mi tocca fare, soprattutto io, capisci, azzabì. Quando penso alla puzza di merda la mattina, io che sono uomo, azzabì, ti ho descritto le mie imprese, vedere l’uccello di Jannuta la mattina, che sta là interiquarti d’ora ad asciugarsi quel coso molle…azzabì. E io dietro, a tenerlo altrimenti casca..quando penso a queste cose non m’interessa più della figa..azzebì”

E le foto lo portano giù, nell’abisso caldo della memoria che affiora, dentro la vita di prima, sotto la nebbia della vita dei cazzi penduli e delle donnette facili di cui lui, azzabì, altrettanto facilmente si dispera e vanta.

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“Mi credi azzabì… sai che cosa mi ha detto mia figlia l’ultima volta che sono stato a casa? Mi ha detto “Papà stai qui, con noi…anche se mangiamo solo pane e cipolla…ma stai con noi”. Io sono tranquillo perché c’è il vecchio con loro, che con quello che gli mando, e con la pensione, manda avanti tutta la famiglia. Guarda, le foto. Questi sono i figli e la mamma. Anche la casa, vedi, tutto nuovo…azzabì casa mia è meglio di quella della megera…ché lei si crede tanto pulita ma appena entri in casa senti un tanfo fitto, come di polvere sotto il tappeto. In garage ho una macchina che è meglio di quella del figlio di Jannuta. Prima di venire in Italia avevo un piccolo pulmino e facevo il taxista (abusivo). Ho tre figli piccoli a cui non ho mai fatto mancare niente. Ora stanno con il vecchio e vivono con la sua pensione e con quello che ogni tanto riesco a fargli avere…Azzabì. E io devo stare qui, a fare questo lavoro da donna. Mi sento in trappola… Non lo so…a volte penso che quella piovra ruvida della moglie mi metta qualcosa nel cibo…ma sto cominciando un po’ ad aprire gli occhi. Prima, quando avevo ancora il problema del permesso…ero come vuoto dentro…mi diceva “fai quello” e io sempre con la testa bassa, che cosa dovevo fare? Se mi avesserotolto pure il lavoro e cacciato da qui che cosa avrei potuto fare…tornavo a casa per sentire la mamma paragonarmi al fratello piccolo? e io più grande, azzabì, sempre con le tasche vuote e dietro i pantaloni dello jannuta di turno…ma non sono stupido, basta c’est fini…anche loro hanno capito che non sono idiota. Adesso mi trattano con i guanti…sanno che se vado via io… C’est finì. Ma allora mi pagassero come si deve, non chiedo chissà cosa. Un giorno di questi lo dico al figlio di Jannuta, gli dico “ascolta, sono un lavoratore non uno schiavo. Io ti faccio stare tranquillo…al babbo tuo ho sempre pensato io…se sei furbo ti conviene darmi tutto quello che chiedo…se no vieni a seguirlo personalmente..azzabì”. Anche Jannuta guarda che non è sprovveduto. Quello capisce più di tutti…azzabì. Quando è con i figli diventa un altro, non è più rigido, quasi assente…parla normale, ascolta e risponde a tono, e si muove rapido. Quando ad esempio sa che uno dei figli lo aspetta a casa… azzebì le scale le fa quasi correndo…quando è solo con me devo spingerlo e nemmeno mi dà una mano, lo devo portare su quasi di peso. E poi sono l’unico badante che tenga per il braccio il proprio assistito…li vedi, gli altri vecchietti con le loro badanti: sono loro che si tengono saldi al braccio delle badanti…Una cosa che mi manda in bestia in un modo che non immagini, azzabì…sono i necrologi…si mette a leggerli uno per uno…ma non solo i necrologi a caratteri cubitali su qualsiasi cosa di stampato che incontri per strada: tutti i manifesti di tutti gli eventi. Non parliamo poi di quando arriva davanti all’edicola…tutto deve leggere…ma ci mette una vita, e non si scolla da lì. Io cerco di tirarlo via, ma senza esagerare davanti alla gente.. e lui niente, come un mulo. Azzabì, è perfido..e meno male che è malato…e poi mi fa fare delle figuracce. Fissa tutte le ragazze in maniera oscena…azzabì che guardi? Con quel coso svenuto azzabì, che schifo. E poi quando lo porto all’università per anziani, vuole mettersi in prima fila…io azzabì mi muovo, esco ogni tanto a fumarmi una sigaretta. Quando finisce la lezione Jannuta vuole fare anche le domande. Faceva l’insegnante, non è stolto per niente. Legge due giornali al giorno, uno sportivo e “La Repubblica”. È abbonato ad un mensile di scienza e ad uno dedicato ai consumatori. Non è scemo azzabì. Ma almeno le facesse da seduto, le sue domande assassine…no niente, vuole alzarsi in piedi…e io lo devo reggere davanti a tutti finché…E’ perfido. Puoi leggerlo tu stesso dai suoi comportamenti indecenti. Lo portavo in un bar, io prendevo un caffè e lui si metteva a leggere il giornale. La barista mi faceva gli occhi dolci. Le piacevo…azzebì…tanto lo sai. Ma il giorno che mi ha visto accompagnarlo in bagno ed entrarci con lui…è cambiata. Ma è normale azzabì, uno che fa il badante diventa piccolo agli occhi della gente…un parassita, senza midollo. È un bastardo. Ora ho cambiato bar e mentre jannuta legge il giornale io leggo dei versetti del corano. E ho ripreso anche ad andare in moschea, quando posso. Altrimenti ne esco pazzo. Ti giuro azabì”.

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Gaza: fra tregue, ragion di Stato e buon senso

In questi tempi di tregua si tira finalmente un sospiro di sollievo e ci si sforza a ritornare quasi ragionevoli. Anche se tregua rimane appunto solo una tregua. Giusto una pausa fra un tiro di grilletto e un altro. Ma ce la spacciano come un gesto umanitario di grande bontà, qualcosa che meriterebbe il nobel se non proprio la santità. E d’altronde questo sforzo, da parte del belligerante Israele, di convincerci che quel che ai nostri occhi è solo malvagità sia in realtà qualcosa di necessario e imprescindibile, è fatto che lascia sconcertati almeno quanto la malvagità suddetta. Cercano cioè di persuaderci che per quanto sia malvagio e assurdo quel che i nostri occhi vedono, quel che invece dobbiamo fare è non crederci. Mentre sono in corso bombardamenti di civili, scuole e ospedali, qualcuno, alla televisione, appare bello fresco rasato e incravattato, a parlarci di tunnel e terroristi da combattere. Ed è in questo scarto fra le immagini di bambini maciullati e speaker sereni che sta la “ragion di stato”. Ragione che evidentemente obbedisce a logiche che nulla hanno a che vedere con il buon senso. Il buon senso vorrebbe ad esempio che non si radi al suolo un intero villaggio perchè magari vi nascondono un paio di terroristi. Sempre il buon senso sconsiglierebbe di bombardare un ospedale, anche magari sapendo che i suoi corridoi possano nascondere il più pericoloso dei criminali. Lo stesso buon senso vorrebbe che non si interpellino intellettuali che sposano in pieno “la ragion di stato”, per spiegarci, con fare da osservatori imparziali e illuminati, “il conflitto in Medio Oriente”. Leggendo le loro analisi, sento sfumare il buon senso e il ritorno trionfale dell’olezzo della “ragion di stato”, non appena questi questi cominciano a distribuire equamente le responsabilità ricorrendo al refrain “da ambo le parti”. Ma, come già detto, buon senso e ragion di stato devono essere cose diamettralmente opposte.
Inoltre la loro ragion di stato, oltre ad avere una logica tutta sua, parla anche una lingua tutta sua. Non nel senso che parli una lingua diversa: ma nel senso che usa parole a noi notissime attribuendole significati del tutto diversi dall’uso comune. Ad esempio “guerra”. Noi per guerra intendiamo due eserciti che si combattono. Io invece non ho visto eserciti in questa guerra. Ho visto solo città che venivano rase al suolo. E ce ne sarebbero altre di incongruità in questa “Guerra di Gaza” su cui ragionare ( riguardano l’informazione, il valore della vite umana, ecc). Ma sono tutti discorsi che richiedono tempo e studio. Discorsi però che è meglio fare in tempi di pace, quando cioè il buon senso torna a prevalere sulla ragion di stato. Nei tempi di tregua tutto quel che possiamo fare è leccarci le ferite. ( intanto pare sia finita pure questa tregua)

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Mondiali 2014: squadre sempre più multietniche e quello sguardo un po’ così dei calciatori durante gli inni nazionali

Io di calcio me ne intendo quel poco che basta. Non ho una squadra del cuore, ad eccezione della nazionale marocchina in occasione di incontri particolarmente importanti e di una certa simpatia per la Juve che nemmeno so a cosa è dovuta. Tuttavia non sono refrattario alle magie dei Messi e dei Maradona. Quando però ci sono i Mondiali seguo con una certa regolartà il calcio, tifando l’Italia di solito ( nè jus soli nè jus sanguinis, certi migranti meriterebbero la cittadinza per lo jus tifosae, tanto si disperano quando perde l’Italia). E quando questa non gioca, il mio tifo va alle squadre del calcio emergente dei paesi poveri. Perchè ci mettono cuore, perchè hanno fantasia, perchè hanno fame di vittorie… perchè insomma in qualche modo mi ci riconosco.
C’è un aspetto, che di mondiale in mondiale si fa sempre più chiaro e che trovo particolarmente interessante: la varietà culturale dei giocatori che militano nella stessa squadra. Il momento migliore per cogliere tutte le implicazioni (di natura psicologica, sociologica, identitaria ecc) di questa varietà è quello subito prima del calcio d’inizio. Quando cioè le telecamere ci mostrano i giocatori allineati nel campo, con davanti ciascuno un bambino, le mani sul cuore a seguire con il labiale l’inno nazionale. Anche non conoscendo la lingua della nazione che al momento viene cantato, si capisce benissimo che i giocatori non hanno nessuna dimestichezza con quell’inno: i movimenti delle labbra infatti vanno in tutt’altra direzione rispetto a quanto viene diffuso dall’altoparlante. Qualcuno più coerente se ne sta con la bocca chiusa. Tutti però, al momento dell’inno, con un gioco di mascelle virilmente protese, cercano di ostentare un attaccamento alla bandiera, un amor patrio, una fedeltà alla maglia, un’abnegazione al dovere a dir poco commoventi. Invano si sperticano di convincerci che sono lì pronti a vincere o perire per il prorio Paese. Inutile dirlo, non sono credibili. Tutto lo pseudo eroismo nazionalista si limita al gioco di mascelle. A tradirli sono gli occhi: hanno uno sguardo perso, vacuo, indecifrabile… con un’ espressione che da sola rende tutta la liquidità Baumiana dell’odierna società. Direi insomma, senza giraci troppo attorno: uno sguardo ebete. Ma lo dico (ebete) però senza alcun riferimento moraleggiante riguardo le arcinote questioni come quella dello scarto evidente fra la bassa caratura intellettuale dei giocatori rispetto ai loro altissimi guadagni. Se ho usato il forte aggettivo è solo per speculazione dialettale: mi fa gioco per sottolineare quanto il nostro stato d’animo di noi (noi tutti) globetrotter della globalizzazione, in effetti abbia molte assonanze con l’ebetudine dello sguardo dei calciatori al momento dell’inno nazionale. Anche noi, a me sembra, un po’ prima di alzarci la mattina, mettiamo senza troppo convinzione una immaginaria mano sul cuore, con in sottofondo un immaginario inno a non so cosa, nel mentre ci accingiamo a giocare le nostre partire del quotidiano. E sempre con lo stesso sguardo, un po’ ebete, guardiamo il mondo di fuori, sentendolo un po’ nostro ma anche no. Per fortuna sono solo attimi, poi ci pensa il fischio dell’arbitro o, nel nostro caso, la sveglia a rompere l’incantesimo. Almeno spero. Perchè ho come l’impressione che per quanto questa benedetta globalizzazzione ci unisca a noi “diversi”, tenda anche a omogeneizzare i nostri sguardi. Che sempre di più somigliano a quelli dei calciatori durante l’inno nazionale.

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