Il badante azabbì

by admin on 11 novembre 2014

È un bel ragazzo, nulla da dire. Alto, longilineo, con un baffetto che non lascia scampo. I baffetti sono l’unica peluria, poiché è calvo ed è sempre sbarbato. Il suo viso, eternamente imporporato, l’insieme dell’ovale, garbatamente appuntito, e del cranio allungato, stagliano un profilo senz’altro aerodinamico. Simili caratteristiche gli conferiscono, se ti capita di vederlo mentre s’aggira per il centro verso le tre del pomeriggio, in piena calura, un fare da sloughi (pregiata razza canina caratteristica del deserto maghrebino).

Questo bel ragazzo ha un tarlo che lo rode. Con me si confida e posso ben dire di conoscerlo a fondo, il suo tarlo. Quando era ancora senza documenti, ha dovuto accettare di lavorare presso una facoltosa famiglia, per mettersi così in regola. Ora il permesso ce l’ha ed è da tre anni che continua a fare il badante. Quando gli chiedono che lavoro faccia lui risponde: l’autista. In effetti fra le sue mansioni c’è anche quella di portare fuori Jannuta due volte al giorno per farlo camminare. Jannuta sta per Gianni: il suo assistito affetto da Parkinson. La mattina verso le dieci lo carica in macchina e vanno a camminare al porto. Stessa operazione verso le 5 del pomeriggio. Quindi dire che fa l’autista non è troppo sbagliato. O meglio, non è una bugia, bensì una parte della verità. Sulla verità tutta intera è meglio glissare. Perché il tarlo che rode il mio amico è appunto dover lavorare come badante. Un impegno turpe, inaccettabile. Un’etichetta fastidiosa. Soprattutto quando era costretto a portare fuori il suo assistito a spasso per il centro. Passare a braccetto di Jannuta per la piazza del paese era un supplizio. Si sentiva scrutare dagli occhi dei compaesani, deriso e/o compatito. Quando si confida con me ingiuria il suo mondo occupato da Jannuta. È solito ripetere “che differenza c’è tra me e quella signora ucraina? almeno lei è donna, io invece sono un uomo, azzabì! Io parlo con te perché sei come un fratello. Un giorno, credimi, li mando affanculo tutti. Loro e il loro permesso di soggiorno. Azzabì, che ci faccio con quei due soldi che mi danno al mese…capisci?…io azzabì ne esco matto. Ogni mattina devo vedere il suo uccello, sento la sua merda, ogni mattina…lo vesto, gli faccio la doccia…sento le sue scorregge…azzabi…ogni mattina. Poi lo porto fuori, fresco rasato e profumato…azzabi non è mica mio padre. È da tre anni che sono con lui e lo vedi, lui sta bene, mentre io sto sempre peggio. Alle 8 e mezzo vado da lui, lo alzo, lo porto in bagno…azzabì…e vedo il suo cazzo, io…che sono uomo. Azzabì. Poi lo porto a tavola e gli faccio fare colazione. Lo riporto di nuovo in bagno. E meno male che a pulirgli il culo per ora ci pensa la moglie. Ma credimi, è solo questione di tempo. Un po’ alla volta quella megera mi farà arrivare al punto che a pulirgli il culo sarò io. Perché azzabi io me lo sento. Alla fine a fare questo lavoro…capisci?…un po’ alla volta…te lo giuro…credimi…so quel che dico…un po’ alla volta..mi capisci? Azzabì, uno diventa frocio. Sì è così. Dai! È così, non prendiamoci in giro!”.

Questo è il mio amico algerino, che come ho detto è anche un bel ragazzo. Caratteristica che occupa l’altra “metà” del suo mondo adesso. Mi dice spesso che lui le donne le conosce bene, altroché. Praticamente quando ci vediamo i suoi argomenti sono: le donne e lamentarsi del suo essere badante. Mi dice che l’ora migliore per cuccare è dalle 3 alle 4 del pomeriggio, perché, secondo una sua teoria, a quell’ora le donne che vanno in giro sono facilmente abbordabili e, a saperci fare, c’è un alta probabilità di portarle a letto.

“Azzabì lo vedi…io non ho nessun problema con le donne. Non c’è niente da fare, è la verità. Mi capisci? È un dono azzebì…c’è chi sa far di conto, chi è portato per le lingue…Che ne so azzebì, io ho questo dono azzebì, giuro, mi basta un’occhiata…una te lo dico subito se ci sta o no. Non te lo dico per vantarmi…ma mi stai a sentire? Azzabì, sai quante ne ho scopate qui a Senigallia…non c’è parco dove non l’ho fatto…ucraine, moldave, sudamericane…quella della colombiana te l’ho raccontata?…Mica solo lei…una me l’ha detto chiaramente che noi arabi siamo i migliori…ma non è che l’ha detto così tanto per dire…glie l’ho dato per bene, ti giuro, azzabì sette volte…mi credi, vero? Sette volte. Eravamo ancora a letto, nudi come vermi,quindi sotto gli occhi, stremata azzabì, aveva la prova, aveva l’esempio in carne ed ossa per poter dire che “come gli arabi, nessuno”…certo, lo capisci, intendeva “come me…”. Non so tu..io parlo per me. Non l’ho fatta dormire…ad un certo punto mi ha detto “basta ora abbracciami e dormiamo”…io niente. Sono andato in cucina e ho preparato un termos di caffè…poverina. Però credimi, se ora una viene da me e me la strofina sul naso, le dico “và via azzabi…lasciami in pace”. Quando penso al lavoro che mi tocca fare, soprattutto io, capisci, azzabì. Quando penso alla puzza di merda la mattina, io che sono uomo, azzabì, ti ho descritto le mie imprese, vedere l’uccello di Jannuta la mattina, che sta là interiquarti d’ora ad asciugarsi quel coso molle…azzabì. E io dietro, a tenerlo altrimenti casca..quando penso a queste cose non m’interessa più della figa..azzebì”

E le foto lo portano giù, nell’abisso caldo della memoria che affiora, dentro la vita di prima, sotto la nebbia della vita dei cazzi penduli e delle donnette facili di cui lui, azzabì, altrettanto facilmente si dispera e vanta.

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“Mi credi azzabì… sai che cosa mi ha detto mia figlia l’ultima volta che sono stato a casa? Mi ha detto “Papà stai qui, con noi…anche se mangiamo solo pane e cipolla…ma stai con noi”. Io sono tranquillo perché c’è il vecchio con loro, che con quello che gli mando, e con la pensione, manda avanti tutta la famiglia. Guarda, le foto. Questi sono i figli e la mamma. Anche la casa, vedi, tutto nuovo…azzabì casa mia è meglio di quella della megera…ché lei si crede tanto pulita ma appena entri in casa senti un tanfo fitto, come di polvere sotto il tappeto. In garage ho una macchina che è meglio di quella del figlio di Jannuta. Prima di venire in Italia avevo un piccolo pulmino e facevo il taxista (abusivo). Ho tre figli piccoli a cui non ho mai fatto mancare niente. Ora stanno con il vecchio e vivono con la sua pensione e con quello che ogni tanto riesco a fargli avere…Azzabì. E io devo stare qui, a fare questo lavoro da donna. Mi sento in trappola… Non lo so…a volte penso che quella piovra ruvida della moglie mi metta qualcosa nel cibo…ma sto cominciando un po’ ad aprire gli occhi. Prima, quando avevo ancora il problema del permesso…ero come vuoto dentro…mi diceva “fai quello” e io sempre con la testa bassa, che cosa dovevo fare? Se mi avesserotolto pure il lavoro e cacciato da qui che cosa avrei potuto fare…tornavo a casa per sentire la mamma paragonarmi al fratello piccolo? e io più grande, azzabì, sempre con le tasche vuote e dietro i pantaloni dello jannuta di turno…ma non sono stupido, basta c’est fini…anche loro hanno capito che non sono idiota. Adesso mi trattano con i guanti…sanno che se vado via io… C’est finì. Ma allora mi pagassero come si deve, non chiedo chissà cosa. Un giorno di questi lo dico al figlio di Jannuta, gli dico “ascolta, sono un lavoratore non uno schiavo. Io ti faccio stare tranquillo…al babbo tuo ho sempre pensato io…se sei furbo ti conviene darmi tutto quello che chiedo…se no vieni a seguirlo personalmente..azzabì”. Anche Jannuta guarda che non è sprovveduto. Quello capisce più di tutti…azzabì. Quando è con i figli diventa un altro, non è più rigido, quasi assente…parla normale, ascolta e risponde a tono, e si muove rapido. Quando ad esempio sa che uno dei figli lo aspetta a casa… azzebì le scale le fa quasi correndo…quando è solo con me devo spingerlo e nemmeno mi dà una mano, lo devo portare su quasi di peso. E poi sono l’unico badante che tenga per il braccio il proprio assistito…li vedi, gli altri vecchietti con le loro badanti: sono loro che si tengono saldi al braccio delle badanti…Una cosa che mi manda in bestia in un modo che non immagini, azzabì…sono i necrologi…si mette a leggerli uno per uno…ma non solo i necrologi a caratteri cubitali su qualsiasi cosa di stampato che incontri per strada: tutti i manifesti di tutti gli eventi. Non parliamo poi di quando arriva davanti all’edicola…tutto deve leggere…ma ci mette una vita, e non si scolla da lì. Io cerco di tirarlo via, ma senza esagerare davanti alla gente.. e lui niente, come un mulo. Azzabì, è perfido..e meno male che è malato…e poi mi fa fare delle figuracce. Fissa tutte le ragazze in maniera oscena…azzabì che guardi? Con quel coso svenuto azzabì, che schifo. E poi quando lo porto all’università per anziani, vuole mettersi in prima fila…io azzabì mi muovo, esco ogni tanto a fumarmi una sigaretta. Quando finisce la lezione Jannuta vuole fare anche le domande. Faceva l’insegnante, non è stolto per niente. Legge due giornali al giorno, uno sportivo e “La Repubblica”. È abbonato ad un mensile di scienza e ad uno dedicato ai consumatori. Non è scemo azzabì. Ma almeno le facesse da seduto, le sue domande assassine…no niente, vuole alzarsi in piedi…e io lo devo reggere davanti a tutti finché…E’ perfido. Puoi leggerlo tu stesso dai suoi comportamenti indecenti. Lo portavo in un bar, io prendevo un caffè e lui si metteva a leggere il giornale. La barista mi faceva gli occhi dolci. Le piacevo…azzebì…tanto lo sai. Ma il giorno che mi ha visto accompagnarlo in bagno ed entrarci con lui…è cambiata. Ma è normale azzabì, uno che fa il badante diventa piccolo agli occhi della gente…un parassita, senza midollo. È un bastardo. Ora ho cambiato bar e mentre jannuta legge il giornale io leggo dei versetti del corano. E ho ripreso anche ad andare in moschea, quando posso. Altrimenti ne esco pazzo. Ti giuro azabì”.

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In questi tempi di tregua si tira finalmente un sospiro di sollievo e ci si sforza a ritornare quasi ragionevoli. Anche se tregua rimane appunto solo una tregua. Giusto una pausa fra un tiro di grilletto e un altro. Ma ce la spacciano come un gesto umanitario di grande bontà, qualcosa che meriterebbe il nobel se non proprio la santità. E d’altronde questo sforzo, da parte del belligerante Israele, di convincerci che quel che ai nostri occhi è solo malvagità sia in realtà qualcosa di necessario e imprescindibile, è fatto che lascia sconcertati almeno quanto la malvagità suddetta. Cercano cioè di persuaderci che per quanto sia malvagio e assurdo quel che i nostri occhi vedono, quel che invece dobbiamo fare è non crederci. Mentre sono in corso bombardamenti di civili, scuole e ospedali, qualcuno, alla televisione, appare bello fresco rasato e incravattato, a parlarci di tunnel e terroristi da combattere. Ed è in questo scarto fra le immagini di bambini maciullati e speaker sereni che sta la “ragion di stato”. Ragione che evidentemente obbedisce a logiche che nulla hanno a che vedere con il buon senso. Il buon senso vorrebbe ad esempio che non si radi al suolo un intero villaggio perchè magari vi nascondono un paio di terroristi. Sempre il buon senso sconsiglierebbe di bombardare un ospedale, anche magari sapendo che i suoi corridoi possano nascondere il più pericoloso dei criminali. Lo stesso buon senso vorrebbe che non si interpellino intellettuali che sposano in pieno “la ragion di stato”, per spiegarci, con fare da osservatori imparziali e illuminati, “il conflitto in Medio Oriente”. Leggendo le loro analisi, sento sfumare il buon senso e il ritorno trionfale dell’olezzo della “ragion di stato”, non appena questi questi cominciano a distribuire equamente le responsabilità ricorrendo al refrain “da ambo le parti”. Ma, come già detto, buon senso e ragion di stato devono essere cose diamettralmente opposte.
Inoltre la loro ragion di stato, oltre ad avere una logica tutta sua, parla anche una lingua tutta sua. Non nel senso che parli una lingua diversa: ma nel senso che usa parole a noi notissime attribuendole significati del tutto diversi dall’uso comune. Ad esempio “guerra”. Noi per guerra intendiamo due eserciti che si combattono. Io invece non ho visto eserciti in questa guerra. Ho visto solo città che venivano rase al suolo. E ce ne sarebbero altre di incongruità in questa “Guerra di Gaza” su cui ragionare ( riguardano l’informazione, il valore della vite umana, ecc). Ma sono tutti discorsi che richiedono tempo e studio. Discorsi però che è meglio fare in tempi di pace, quando cioè il buon senso torna a prevalere sulla ragion di stato. Nei tempi di tregua tutto quel che possiamo fare è leccarci le ferite. ( intanto pare sia finita pure questa tregua)

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Io di calcio me ne intendo quel poco che basta. Non ho una squadra del cuore, ad eccezione della nazionale marocchina in occasione di incontri particolarmente importanti e di una certa simpatia per la Juve che nemmeno so a cosa è dovuta. Tuttavia non sono refrattario alle magie dei Messi e dei Maradona. Quando però ci sono i Mondiali seguo con una certa regolartà il calcio, tifando l’Italia di solito ( nè jus soli nè jus sanguinis, certi migranti meriterebbero la cittadinza per lo jus tifosae, tanto si disperano quando perde l’Italia). E quando questa non gioca, il mio tifo va alle squadre del calcio emergente dei paesi poveri. Perchè ci mettono cuore, perchè hanno fantasia, perchè hanno fame di vittorie… perchè insomma in qualche modo mi ci riconosco.
C’è un aspetto, che di mondiale in mondiale si fa sempre più chiaro e che trovo particolarmente interessante: la varietà culturale dei giocatori che militano nella stessa squadra. Il momento migliore per cogliere tutte le implicazioni (di natura psicologica, sociologica, identitaria ecc) di questa varietà è quello subito prima del calcio d’inizio. Quando cioè le telecamere ci mostrano i giocatori allineati nel campo, con davanti ciascuno un bambino, le mani sul cuore a seguire con il labiale l’inno nazionale. Anche non conoscendo la lingua della nazione che al momento viene cantato, si capisce benissimo che i giocatori non hanno nessuna dimestichezza con quell’inno: i movimenti delle labbra infatti vanno in tutt’altra direzione rispetto a quanto viene diffuso dall’altoparlante. Qualcuno più coerente se ne sta con la bocca chiusa. Tutti però, al momento dell’inno, con un gioco di mascelle virilmente protese, cercano di ostentare un attaccamento alla bandiera, un amor patrio, una fedeltà alla maglia, un’abnegazione al dovere a dir poco commoventi. Invano si sperticano di convincerci che sono lì pronti a vincere o perire per il prorio Paese. Inutile dirlo, non sono credibili. Tutto lo pseudo eroismo nazionalista si limita al gioco di mascelle. A tradirli sono gli occhi: hanno uno sguardo perso, vacuo, indecifrabile… con un’ espressione che da sola rende tutta la liquidità Baumiana dell’odierna società. Direi insomma, senza giraci troppo attorno: uno sguardo ebete. Ma lo dico (ebete) però senza alcun riferimento moraleggiante riguardo le arcinote questioni come quella dello scarto evidente fra la bassa caratura intellettuale dei giocatori rispetto ai loro altissimi guadagni. Se ho usato il forte aggettivo è solo per speculazione dialettale: mi fa gioco per sottolineare quanto il nostro stato d’animo di noi (noi tutti) globetrotter della globalizzazione, in effetti abbia molte assonanze con l’ebetudine dello sguardo dei calciatori al momento dell’inno nazionale. Anche noi, a me sembra, un po’ prima di alzarci la mattina, mettiamo senza troppo convinzione una immaginaria mano sul cuore, con in sottofondo un immaginario inno a non so cosa, nel mentre ci accingiamo a giocare le nostre partire del quotidiano. E sempre con lo stesso sguardo, un po’ ebete, guardiamo il mondo di fuori, sentendolo un po’ nostro ma anche no. Per fortuna sono solo attimi, poi ci pensa il fischio dell’arbitro o, nel nostro caso, la sveglia a rompere l’incantesimo. Almeno spero. Perchè ho come l’impressione che per quanto questa benedetta globalizzazzione ci unisca a noi “diversi”, tenda anche a omogeneizzare i nostri sguardi. Che sempre di più somigliano a quelli dei calciatori durante l’inno nazionale.

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Europee 2014, l’analisi di Stracomunitari

by admin on 27 maggio 2014

Italia, Europee 2104. In lizza c’erano una congolese, un greco, qualche padano e molti italiani. Forse persino un alieno: Magdi Cristiano Allam.

Tutti i candidati, durante la campagna elettorale, ne hanno dette di cotte e di crude sul conto (e sui conti) dell’Europa. Tipo: Basta Euro; fuori dall’ Europa; Bruxelles ladrona. Intanto però tutti chiedevano voti per andare proprio in questa landa dell’universo così tanto sporca e cattiva.

Gli elettori, benevoli, sono stati ad ascoltare tutti, poi hanno dato a ciascuno più o meno quel che chiedeva, proporzionalmente alla forza con cui questa volontà veniva espressa.

Meno del 4% dei voti a chi ha manifestato chiaramente di non volere l’Europa.

Più del 6% dei voti è andato alla Lega. Qui l’Europa c’entra poco: qualsiasi altra destinazione andava bene. Nel caso specifico, quel che all’elettore premeva era soprattutto vedere certa gente fuori dall’Italia.

Inspiegabile il 4,4% ad Alfano.

Più del 40% dei voti è spettato alla compagine capitanata da Renzi. Qui la fregola per l’Europa era evidentissima, anche se l’eloquio era garbato e sembrava chiedesse null’altro che un lascia passare per Bruxelles.

Il 16,8% di Berlusconi è l’ennesima prova che, al cavaliere, non bisogna mai darlo per spacciato. Riesce sempre a rinascere dalla sua cipria. Quando hai la fortuna di circondarti di gente come Signorini, Toti e Dudù nulla è impossibile.

E poi ci sono i grillini, che non si capiva se volevano stare fuori o dentro a quest’Europa. Nel dubbio, il popolo sovrano ha emesso, anche in questo caso, un equo verdetto: il 21,1%. Nè più nè meno di quel che basta per stare con un piede un piede in Europa e l’altro nel loro amato blog.

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Ci giunge notizia di un’altra “tragedia del mare“. L’ipocrita linguaggio dei media parla di 40 morti e centinaia di dispersi. Se son dispersi allora forse si salveranno. Prima o poi troveranno il sentiero giusto. Dispersi: è una parola carica di speranza. Lascia credere che il peggio non sia ancora avvenuto. Meglio dispersi che morti. E a noi, fruitori dei media, ci va bene così. Il nostro tasso di tollerabilità alle tragedie è quello che è: preferiamo parole meno crude quando le tragedie non ci toccano da vicino. Se son solo dispersi allora la vicenda è cosa dei soccorritori e di altri professionisti dei disastri. Possiamo ritenere adeguata la nostra tiepida commozione. Il nostro cordoglio, senza sensi di colpa, lo riserveremo per altre e più vicine tragedie.
In questi giorni a Senigallia c’è stata un’alluvione grandiosa. Qualcosa di biblico. Mezza città letteralmente sott’acqua. Una tragedia, e una strage sfiorata. Ci son stati 3 morti e nessun disperso. Danni materiali incalcolabili. Si trattava di rimboccarsi le maniche è salvare il salvabile. La reazione dei senigalliesi è stata eroica. Un’esercito di donne, uomini, giovani e giovanissimi si son armati di pale e stivaloni e si son messi a ripulire stanze, androni, cantine, scantinati e garage dall’acqua e dal fango. Hanno messo all’opera tutta la forza di cui sono capaci per ripristinare le cose com’erano prima dell’alluvione. Davanti alle case si sono ammassati tutti gli oggeti rovinati dall’acqua e dal fango. Le strade erano un groviglio indistinto di lavastoviglie, lavatrici, frigoriferi, divani, armadi, sedie e mobilia e suppellettili varie. Certo ci son stati i 3 morti. Ma la sensazione è che andata comunque bene. La tragedia poteva esser ben più grave e le vite perse molte di più. Per immane che è stata la sciagura la situazione era rimediabile. Il danno materiale per quanto ingente è sempre in qualche maniera rimediabile. Le vite umane, quelle no: quelle son perse per sempre. Aumenta solo il cordoglio e la disperazione della comunità in cui sono avvenute.
Nelle targedie del mare non c’è niente da salvare. Nulla di materiale. Il mare si mostra reticente persino a restituire i corpi. E poi i morti sembrano non appartenere a nessuna comunità. Le loro comunità d’origine sono già lacerate da guerre e fame. Mettono in conto di perdere la vita poichè fuggono da morte certa. I giornali parlano in questi casi di tragedie. Ma le tragedie presuppongono l’imponderabile: qualcosa di straordinario che accade. Le morti dei migranti in mare non ha nulla d’imponderabile. Finchè ci sarà gente che si avventura per mare con le “carrette” bisognerà mettere nel conto altri annegati. Altri titoli parlano di “stragi” di migranti. Una strage ci richiama alla mente morti causati per mano di qualche essere sanguinario. Se diciamo strage allora ci deve essere anche un colpevole. E forse tuttosommato la parola strage in questi casi è quella più appropriata. Anche se poi ammesso questo dobbiamo avere il coraggio di ammettere che siamo noi tutti i sanguinari, i colpevoli. Colpevoli della nostra inerzia. Colpevoli di eleggere quelli che ci promettono misure sempre pià restrittive contro “l’immigrazione clandestna”. Colpevoli di sfruttare i superstiti nella raccolta di pomodori e altri lavori pagati una miseria. Colpevoli di affamare chi poi è costretto ad emigrare per cercare sussistenza in altri paesi. Meglio allora parlare di dispersi è passare ad altro. Meglio parlare di tragedie. In fin dei conti sono morti che non ci appartengono. L’unica cosa che ci lega a loro è che appartengono alla razza umana. Ma evidentemente questo oggi non è più sufficiente per mobilitare le nostre coscienze. Il perimetro entro cui agire la nostra solidarietà si restringe sempre di più. La nostra sensibilità ha un raggio sempre più limitato. Più il mondo si fa piccolo e più la nostra umanità si adegua. Le uniche stragi o tragedie che ci riguardano sono quelle che avvengono nelle nostre case o poco più in là. Siamo fatti così noi esseri glocal: siamo dotati di coscienze smart e la nostra empatia è a breve gittata; animali più domestici che sociali.

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È bastata una notte di pioggia battente. Il giorno dopo, al risveglio metà città era sott’acqua. A regnare è l’incredulità. Non sappiamo più avere un rapporto ordinario con questi elementi: l’acqua, la terra e il fuoco. Quando abbiamo a fare con loro è perché è in atto qualche emergenza: un incendio, un terremoto o, come n questo caso, un’alluvione.

A Senigallia sappiamo che il fiume da qualche parte a ridosso della città è uscito dal suo alveo e si è allargato a dismisura, andando a lambire i primi piani, annegando gli scantinati e inghiottendo e trascinando tutto quel che incontrava strada facendo. Le vie che ci sono famigliari ad un tratto non ci sono più: tutto trasformato in una immensa piscina. Una signora dice ai soccorritori che il resto della famiglia è isolato a casa e vorrebbe raggiungerli. Decisi i soccorritori rispondono che non si può, è pericoloso. Deve stare tranquilla. La signora mugugna qualcosa ma accetta senza fare scenate. Non ci sono scene di panico.

La tragedia si sta consumando sotto ai nostri occhi ma l’acqua sembra attutire anche i sentimenti. Solo l’incredulità è tanta. Tutta questa acqua che si è presa le strade e le case: placidamente, con la forza calma dei troppo forti. Le case sono al buio, i telefoni non prendono e ovviamente non c’è internet. È bastata una notte di pioggia battente e ci siamo ritrovati all’età della pietra.

Gira voce della prima vittima dell’alluvione. Forse sono due. Si scoprirà dopo che in tutto sono state tre. Solo il giorno dopo la prima notte con l’acqua qualcuno comincia timidamente a cercare i colpevoli o capri espiatori che siano. Ma si fa tanto per dire. Nessuno conosce il fiume. Dove nasce e i borghi che attraversa. Si parla in maniera generica di incuria. A tempo debito ci sarà l’intenditore che spiegherà a puntino il perchè e il come, ma nessuno lo starà a sentire. Son cose da esperti. Intanto l’acqua sta obbligando la gente a riparlarsi. Affiora a pelo d’acqua qualcosa tipo una comunità. La sera non c’è la corrente, quindi niente televisione e niente facebook. Si torna a stare attorno a un tavolo a lume di candela e tutto sommato non è male.

Ora mentre scrivo queste righe il percolo è scampato. Il fiume è tornato a scorrere tranquillo. L’acqua è defluita dalle vie lasciando molto fango. Ora cominciano a vedersi i danni. Davanti alla case cumuli di mobili accatastati. Moltissimi giovani infangati a dare una mano a chi ne ha bisogno. L’immagine emblema di questo post alluvione sono i giovani. Vedere questi ragazzi e ragazzini tutti infangati con gli stivaloni e spostare mobili e a spalare fango quasi ti viene da ringraziare l’alluvione.

Tolti gli abiti griffati, i motorini, i cellulari son tornati ad essere ragazzi e ragazzini pieni d’umanità. Felici di essere protagonisti. Non propriamente protagonisti, perchè non c’è niente di ostentato nella loro solidarietà. Felici di essere d’aiuto, di essere utili.

Certo la gente senigalliese tutta è davvero mirabile nella maniera con cui sta affrontando questo disastro. Ma lo fa nel suo consueto modo: lavora tanto senza lagne. Mentre i giovani infangati stupiscono. Siamo abituati a vederli quasi come una specie a parte. L’acqua che si è abbattuta su Senigallia si è portata via anche un sacco di pregiudizi. Non è vero che i giovani sono dei viziati scansafatiche.

In giro si vedono molte facce nere, ragazzi marocchini, e on solo a spalare fango come tutti gli altri. Il fango ha reso tutti uguali. Tutti ugualmente sporchi di fango. Tutti ugualmente umani.
Per quanto si è scettici vien quasi da prestare fede a quelle storie che ci vogliono creati inizialmente dal fango. Come questa: “Dio formò l’uomo dal fango della terra, gli insufflò nelle narici un alito di vita e l’uomo divenne anima vivente”. O quest’altra: “È colui che ha perfezionato ogni cosa creata e dall’argilla ha dato inizio alla creazione dell’uomo, quindi ha tratto la sua discendenza da una goccia d’acqua insignificante, quindi gli ha dato forma e ha insufflato in lui del Suo spirito.”

Faremmo bene a non dimenticarcene quando tornerà il sereno.

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5 libri sui libri e altre considerazioni

aprile 30, 2014

Con la lettura devo avere uno strano rapporto. Nel senso che se mi penso nel tempo, mi vedo sempre a leggere. Mi basta incrociare delle lettere e parte in me il lettore automatico. Ma se cerco di ricordarmi i libri che ho letto non è che ne venga fuori chissà quale elenco. Soprattutto mi rendo [...]

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La ragazza ha la pelle d’oca

aprile 9, 2014

Una manciata di poeti. Musicisti: violino, clarinetto, sax e chitarra. Tutti chiamati a Sant’agata Feltria da Rosana Crispim da Costa (squisita padrona di casa nonchè ottima regista) per lo spettacolo I dialetti nella valle del mondo, da lei ideato, giunto quest’anno alla terza edizione. Palcoscenico: Teatro Angelo Mariani di Sant’agata Feltria, quel che si dice [...]

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Le donne. Ovvero, dell’integrazione erotico sentimentale di un giovane migrante

marzo 21, 2014

Le donne. Che parolone. Si fa a presto a dire donne. Le donne alte, quelle magre, quelle rotondette, le tedescone, le donne arabe, quelle asiatiche… l’elenco è infinito. Meno male che ora non ci penso più. Voglio dire non più con quell’intensità da ragazzino, durata più o meno dall’età di dieci anni fino a oltre [...]

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I cani

marzo 18, 2014

Per il centro storico giovani coppie passeggiano mano nella mano sfoggiando sorrisi oltremodo luminosi. Stando al calendario infatti è quasi primavera. Ciò non toglie che l’inverno è ancora lì, nelle sciarpe che ancora tutti indossano ben serrate al petto e al collo. Questa allegria un po’ forzata è trasmessa anche ai tanti cagnolini al seguito. [...]

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